Nel suo ultimo libro Il tuffo nel pozzo. È ancora possibile fare del buon giornalismo?, pubblicato da Vita e Pensiero, il giornalista e reporter di guerra Domenico Quirico, inviato del quotidiano «La Stampa», si interroga sullo stato del giornalismo oggi: un mestiere tanto necessario quanto destituito dei suoi antichi splendori, non di rado ad opera dei giornalisti stessi.

Al lettore contemporaneo, che si trova senza guida, non rimane altro che “trarre conclusioni”, in cerca di un’interpretazione dell’attualità che spesso gli editorialisti non sono più in grado di fornirgli, incolpati dall’autore di essere ormai lenti e fuori sincrono con il ritmo del mondo. Da qui la definizione di “giornale inutile”, che introduce l’argomento del saggio, scritto con lo stile asciutto ed essenziale che da sempre caratterizza la narrazione di Quirico. Il giornalismo contemporaneo, inoltre, è vittima di una semplificazione del linguaggio, causata dall’assimilazione con il lessico, “poverissimo”, della televisione e della rete. Per Quirico lo scopo del mestiere, invece, è sempre lo stesso: “indagare, vedere, verificare, svelare, raccontare”, meglio se in prima persona, al fine di commuovere e di “ridurre per quanto è possibile la distanza tra il lettore e il luogo e l’evento narrato”.

“Indagare, vedere, verificare, svelare, raccontare”: è questo lo scopo del giornalismo

Da questa convinzione nasce l’invettiva dell’autore contro il giornalismo del “sentito dire”: una pratica già invalsa fra i giornalisti dell’era cartacea, tentati dal preferire gli agi degli alberghi loro riservati in aree di guerra alla raccolta di testimonianze sul campo, e accentuatasi con l’avvento di Internet. A questa mala abitudine oppone l’obbligatorietà della presenza e il sottotitolo sembra suggerire una lunga serie di ‘nonostante’, a indicare gli ostacoli che si frappongono, oggi, fra un giornalista motivato a svolgere al meglio il proprio lavoro e la tentazione di semplificare, rimanere alla scrivania, appiattirsi sulle notizie di agenzia: in ultima analisi di abdicare al proprio ruolo.

Un ruolo che spesso condanna anche a una “complice vicinanza” con i fatti e le persone che li vivono in prima persona, tanto più opprimente quanto più si diventa consapevoli di non poter intervenire per cambiare il corso degli eventi, ma di esserne “solo testimoni”. La percezione dei limiti della scrittura giornalistica rispetto al reale ricalca uno scarto antico, quello fra letteratura ed esperienza, che non lascia immuni gli scrittori, né lo stesso Quirico, dal senso di colpa. Il peccato più grave, tuttavia, è la neutralità: trovarsi di fronte ai delitti e alla disperazione delle persone e decidere di non scriverne, di non trasformare la testimonianza in coscienza individuale e collettiva: in quel caso il giornalista si fa davvero complice del Male di cui è spettatore.

Un inviato di guerra deve calarsi nella realtà e viverla senza esclusione di colpi: il “tuffo nel pozzo” è una discesa ad inferos necessaria per restituire ai lettori una versione il più possibile autentica dell’esperienza vissuta

La via d’uscita suggerita dall’autore per salvare la reputazione di questo mestiere, malato di indifferenza, consiste in un ritorno alla sua missione originaria e prescinde dai supporti che ospitano i contenuti giornalistici. Secondo la lezione di Quirico, che nasce dalla sua pluriennale esperienza sul campo, un inviato di guerra non ha altro modo di fare giornalismo se non calandosi nella realtà che vuole narrare, viverla sulla propria pelle senza esclusione di colpi, mettendo al centro il rapporto non con il lettore, ma con il soggetto del racconto. Il “tuffo nel pozzo”, infatti, è in realtà una discesa ad inferos che si rende necessaria per restituire ai lettori una versione il più possibile autentica della realtà e dei suoi protagonisti. La testimonianza di Quirico risulta ancora più efficace alla luce della sua esperienza di prigioniero nelle mani di formazioni islamiste in Siria nel 2013 e suona come un invito affinché i giornalisti continuino a “viaggiare, osservare, registrare”. Di più: come ricorda egli stesso sul finire del saggio, in un momento storico che vede l’Europa e l’Occidente chiamati a confrontarsi con nemici inediti come migrazione e fanatismo, il viaggio del giornalista diventa “straordinaria possibilità di esplorare il nostro posto nel Tempo”, al di là dei limiti dell’esperienza, dove vita e racconto inesorabilmente si confondono.