Se il corpo umano è un computer, l’orecchio è la porta Usb naturale per dialogare in modo efficace con l’esterno. È questa la riflessione alla base dei dispositivi hearable, allo stesso tempo indossabili e udibili.

Le applicazioni sono molte: pensiamo a un soccorritore che, mentre scava per recuperare i feriti sotto le macerie, può dare ordini e condividere informazioni con i colleghi senza maneggiare una radiolina, o all’impiegato al bancone di un negozio che comunica direttamente col magazzino per evadere un ordine, senza doversi spostare o usare il pc. In campo medico, invece, questi apparecchi possono monitorare l’attività cerebrale per curare disturbi uditivi come l’acufene.

Ma non è finita qui: secondo la neuroscienziata Poppy Crum, di Stanford, tali congegni – dialogando con l’encefalo – ci aiuteranno anche “a valutare e anticipare costantemente e silenziosamente i nostri bisogni e i nostri stati mentali”, aiutandoci a decifrare e a rispondere meglio agli stimoli del mondo circostante. Insomma, l’orecchio è destinato a diventare una vera e propria interfaccia cervello-macchina.

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