In Vaticano è il giorno del processo a Gianluigi Nuzzi ed Emiliano Fittipaldi, cittadini italiani e giornalisti che con le loro inchieste – Via Crucis e Avarizia – hanno raccontato tutti gli intrighi dei conti e delle finanze della Santa Sede. I due giornalisti rischiano una condanna di otto anni di carcere in Vaticano, qualora l’Italia concedesse l’estradizione. In questi mesi non ci sono state prese di posizione ufficiali del governo, e delle autorità italiane in generale, per difendere Nuzzi e Fittipaldi e quindi il principio della libertà di espressione e di stampa.

Pubblichiamo l’intervista che i due giornalisti hanno concesso a magzine.it a pochi mesi dallo scandalo nato dalla pubblicazione dei loro libri. Nuzzi e Fittipaldi spiegano come è nato il loro lavoro di inchiesta.

Inchieste come Vaticano Spa, Sua Santità e Via Crucis richiedono un approfondito lavoro preparatorio. Quanto tempo bisogna tenere in conto per scrivere libri del genere?

Il tempo dipende dalla capacità di raccogliere informazione. Dipende da quanto tempo si può dedicare all’inchiesta, da quanti altri lavori stai facendo, quanto materiale hai già in casa. È difficile dare un tempo indicativo, ma pos- so dire che in genere dedico ai miei libri un anno di lavoro. Però è un anno che va calcolato lordo. Nel senso che ho anche la mia trasmissione televisiva, faccio altre cose, quindi non lavoro 12 ore al giorno su uno stesso progetto. Poi, in un’inchiesta le variabili che possono influenzarla sono tante: spesso capita di avere accesso a nuovi documenti in corso d’opera, cosa che può rallentare il lavoro o spingerti a stravolgere quanto già scritto. È la costante dei flussi informativi, sia che siano fonti aperte sia che siano tue fonti confidenziali.

Come si capisce se una fonte confidenziale è attendibile?

Per quanto riguarda i fatti del Vaticano, argomento molto delicato, scrivo solo quando ho dei materiali a sostegno e, non essendoci mai stata grande informazione – parlo delle finanze e degli affari interni al Vaticano -, Una fonte è attendibile quando ha incarichi istituzionali di un certo rilievopreferisco basarmi solo sui documenti. Poi, la veridicità di un documento si verifica in vari modi. Il primo aspetto è la congruità con i fatti già noti: se è possibile che i fatti raccontati siano congrui per contenuto storico e temporale. Infine, c’è una parte del lavoro che dipende dal carattere delle persone. I documenti che ho pubblicato li ho sempre ricevuti da persone che conoscevo e con le quali coltivavo un rapporto di fiducia. Una fonte è attendibile quando, innanzitutto, ha degli incarichi istituzionali di un certo rilievo o che ti danno accesso a un certo tipo di informazioni. Poi c’è il profilo psicologico della persona, devi sempre chiederti perché qualcuno ti racconta determinate cose. Può raccontarle per disagio esistenziale, perché ha subìto quelli che lui ritiene dei soprusi o delle ingiustizie, perché ha visto quelle che lui ritiene ingiustizie o tradimenti, o perché persone nelle quali aveva fiducia predicano bene e razzolano male. Ma anche per motivi personali.

Durante il lavoro di verifica delle informazioni si può rischiare che le persone coinvolte e di cui si vorrebbe scrivere, scoprendo che è in corso un’inchiesta giornalistica, tentino di nascondere qualcosa o creare ostacoli?

Questo è un problema. Per quanto riguarda Via Crucis, il mio lavoro è stato quello di ricostruire un’inchiesta già svolta dalla Coseaall’interno Vaticano. Ma bisogna sempre ricordarsi che c’è un grande inganno: per tutta una serie di anni – durante, per esempio, Mani Pulite – c’è stata una generazione di giornalisti (me compreso) dove il più bravo era quello che trovava più atti giudiziari: intercettazioni, verbali, rapporti della polizia. Ma questo non è giornalismo di inchiesta, è giornalismo relazionale. Se tu conosci buoni cancellieri, buoni magistrati, capitani dei carabinieri o della finanza, o avvocati hai le entrature giuste e quindi ti passano il documento. All’epoca vinceva chi aveva i legami relazionali più forti degli altri. È evidente che un libro per come è strutturato è un’inchiesta pura, quindi senti diverse persone, studi diversi documenti. Senza togliere nulla ai quotidiani che, dovendo sempre uscire l’indomani, non possono fare questi approfondimenti. Quando ci si trova a studiare dei documenti (per i bilanci) sono necessarie conoscenze tecniche che non sempre un giornalista può avere. Quanto è importante chiedere aiuto a dei professionisti? Bisogna essere umili. Quando non capisci una cosa devi chiedere a persone di cui ti fidi, che siano tecnici dell’argomento che tu non conosci. Questo fa parte sempre di quelle fonti diciamo “aperte” alle quali si ha accesso. Sono in fatti persone che per lavoro vedono bilanci dalla mattina alla sera e sanno trovare le magagne che a un giornalista spesso sfuggono perché non ha delle competenze specifiche.

Via Crucis è stata pensata in anticipo come seguito del libro Sua Santità? È possibile “programmare” un’inchiesta?

No. Per come son fatto non è possibile immaginare il seguito di un libro perché altrimenti si rischia di fare la saga, stile film americani. Quando fai un’inchiesta, puoi decidere di scrivere un libro solo quando hai materiale interessante che ritieni valido.

Via Crucis esce a ridosso del Giubileo: è stata una coincidenza o una scelta consapevole per dare più risalto al libro?

Quando Via Crucis è stato pubblicato era appena terminato il Sinodo. Volendo uscire entro fine anno non potevo fare altrimenti. Appena finito il sinodo siamo andati in libreria: pubblico solo quando sono pronto. Poi parlano i fatti: i miei libri escono sempre a maggio o tra novembre e dicembre che sono i mesi più importanti nell’editoria. È una scelta molto commerciale decisa con il mio editore, come ho sempre fatto.

Le modalità di narrazione sono importantissime, soprattutto quando si trattano materie di difficile comprensione per il grande pubblico. Come impostare il racconto in un’inchiesta sul malaffare?

Quando ho finito Sua Santità ho cambiato a 180 gradi la mia attività perché da cardinali, malaffare e carte del papa sono passato a parlare del giallo di Avetrana (nella trasmissione Quarto grado, ndr). Questa è una cosa che non tutti hanno capito e hanno apprezzato. Ma è il metodo che è interessante, non l’oggetto. Scrittura e televisione sono poi due linguaggi completamente diversi, ma se fai il giornalista sei per forza amante dei linguaggi. In tv sono importanti il suono e l’immagine quasi più della notizia: la gerarchia della notizie è data da qualità delle immagini che tu mostri. Puoi avere una bellissima notizia, ma cosa fai vedere in tv? Se non fai vedere niente fai lo zero per cento di share. Un libro ha una capacità di sedimentazione molto più forte, infatti ci metti un anno grossomodo per portare tutto dal tuo editore, ma allo stesso tempo devi pensare a come raccontare la tua storia. In Via Crucis ho inserito aneddoti per alleggerire la narrazione generale.

Avarizia è l’inchiesta di Emiliano Fittipaldi che ha scosso l’opnione pubblica con la scoperta di documenti inediti sui guadagni del Vaticano. Scrivere un libro come ‘Avarizia’ richiede un duro lavoro e dunque tanto tempo. Quando si inizia a progettare un’inchiesta qual è l’orizzonte temporale che si deve tenere in considerazione?

Un libro-inchiesta del genere richiede un lavoro che dura mesi, nel mio caso un anno, forse anche di più. Prima di pensare a un libro, per avere informazioni riservate, bisogna assicurarsi fonti attendibili. Nel caso di ‘Avarizia’, fonti interne al Vaticano, oltre a quelle esterne. Le mie sono almeno una dozzina al di là di quelle che il Vaticano pensa di aver individuato nel processo in corso su ‘Vatileaks’.

L’idea per questa inchiesta le è venuta da altri pezzi che aveva scritto in passato per l’Espresso o solo dopo aver trovato una fonte che l’ha indirizzata sul tema del patrimonio finanziario e immobiliare del Vaticano?

È la continuazione del lavoro che porto avanti da tempo. Per l’Espresso mi occupo del Vaticano da qualche anno. Però sono tanti i pezzi che avevo già scritto. Come tutti, all’Espresso, non racconto quella che potremmo definire “la cronaca della giornata”: cerchiamo di raccontare temi che i quotidiani, anche per questioni di tempi di produzione, faticano a trattare e che istituzioni importanti come la Chiesa non vogliono che il pubblico conosca. È così che sono venuto in contatto con una fonte in particolare, quella che mi ha fornito i documenti iniziali da cui sono partito.

Qual è il modo per avvicinare persone che potrebbero essere fonti sicure?

Quando inizi a scrivere dei pezzi, ad esempio sul Vaticano, ci sono delle persone che iniziano a leggerti e cercano di capire se sei una persona seria, che tipo di giornalismo fai e se proteggi le tue fonti. A quel punto sono le stesse fonti che entrano in contatto con te. Nel mio caso, ho conosciuto la persona che si è rivelata essere il contatto decisivo a inchiesta già avviata. Quindi un giornalista deve capire se la sua potenziale fonte è affidabile o se dice di avere notizie che in realtà non sono verificabili. Magari si scopre che racconta fandonie: può capitare. Ma se trovi il contatto giusto, una fonte alcune volte ti presenta un’altra persona che diventa a sua volta una fonte importante, magari inserita ancora meglio nella struttura su cui stai indagando. Poi, è fondamentale che un giornalista sappia gestirle con cautela e riservatezza, perché quando le fonti raccontano fatti così delicati rischiano, e un giornalista deve proteggerle, costi quel che costi.

In Avarizia lei pubblica una serie di documenti di natura finanziaria, argomenti che non tutti i giornalisti sono in grado di leggere e comprendere senza delle conoscenze tecniche specifiche. Nell’interpretare i documenti, è più importante l’aiuto che può venire dalle fonti o la preparazione personale del giornalista?

Entrambe le cose. Facciamo l’esempio dei documenti dellaCosea(Pontificia Commissione referente di Studio e di indirizzo sull’organizzazione della struttura Economico-Amministrativa della Santa Sede, ndr). La Cosea non è una commissione che indagava sulla corruzione, ma fondamentalmente cercava di capire quante fossero le ricchezze inserite nei vari dicasteri economici del Vaticano. I numeri che ho visto sono spesso freddi: non hanno una grande valenza giornalistica se non quella di quantificare la ricchezza del Vaticano. Da quei numeri inizia una lunga attività di scorporo successivo per capire cosa c’è davvero dietro. La vicenda della casa di Bertone non è presente in nessuna carta che ho avuto dalle mie fonti di ‘Vatileaks’. È invece il frutto di un lavoro giornalistico che va oltre quanto si trova scritto nei documenti. Ci sono delle carte che riguardano il “Bambin Gesù” in cui si notano delle storture che possono colpire il giornalista. La storia della casa me l’ha data un’altra fonte ancora, che avevo contatto cercando di capire cosa fossero questi documenti e come leggerli. È stata questa persona a dirmi: “C’è anche un’altra spesa che non hanno voluto inserire in queste carte; è una spesa di cui non ho la documentazione, però ne sono certo”. Non si può scrivere una cosa del genere, si deve cercare di vedere le fatture di quella spesa. Ma non bastano. Se tu non riesci ad averle rischi di rimanere senza le pezze d’appoggio e a quel punto hai bisogno in qualche modo di chiudere la storia parlando con l’interessato (Bertone, ndr). Quindi prima di parlarne con altri interlocutori, tu sai già che la storia è sicura.

Lei ha dovuto interpellare il cardinale Tarcisio Bertone: rivelando parti dell’inchiesta che si sta conducendo non si rischia di alimentare degli ostacoli, o di provocare il muro di gomma in tutto l’ambiente di indagine?

È un rischio che corriamo sempre. Ma per deontologia bisogna sempre interpellare le persone di cui si parla. A meno che non si abbia un documento perfetto e certo, allora lo si può pubblicare senza sentire le controparti. Ma, a quel punto, va pubblicato senza commenti. E in alcuni casi si raccolgono informazioni ancora più interessanti: personalmente ho scoperto, chiedendo dei lavori nell’attico di Bertone, che erano stati impiegati 200 mila euro dalla fondazione “Bambin Gesù”per ristrutturare l’appartamento, che ha aumentato la portata della notizia da cui partivo. Non obbligatoriamente ci si trova di fronte a una diminutio. Anzi, spesso e volentieri quando incastri qualcuno alla sua responsabilità – qualcuno che si è mosso in modo poco ortodosso, per usare un eufemismo -, le risposte possono essere ancora più interessanti per la notizia. L’importante, però, è sentire la controparte alla fine della tua fase istruttoria, quando hai tutto il materiale per poter fare una domanda precisa e documentata alla quale è più probabile che la controparte si senta in dovere di rispondere. Se interpelli il soggetto della tua inchiesta senza avere i giusti elementi in mano, rischi che possa sistemare la situazione prima che il giornalista riesca a portare a raggiungere un risultato concreto. E questo sarebbe un errore grave.

Il suo libro e Via Crucis di Gianluigi Nuzzi sono usciti a ridosso dell’inizio del giubileo. È stata una scelta calcolata o una coincidenza?

Parlo per me: assolutamente no. È un lavoro che parte da molto prima, prima ancora che papa Francesco decidesse di indire questo giubileo straordinario, perché di solito il giubileo cade ogni 25 anni. La tempistica in libri del genere non è necessaria.

Lei ha dovuto studiare a fondo la Storia della Chiesa e le inchieste che hanno riguardato la Santa Sede negli ultimi anni. Quanto è importante questa preparazione?

È fondamentale. Quando fai un’inchiesta del genere è ovvio che devi prima studiare tutto quell’argomento e conoscerlo il meglio possibile: altrimenti non capisci i dati, i numeri e il contesto e rischi di commettere errori molto gravi o di lasciarti sfuggire le notizie che ti passano davanti agli occhi. Approcciandosi a una storia di peso, come quella dell’inchiesta sulle finanze vaticane, bisogna comprendere non solo i dati che si leggono, ma anche qual è l’origine. La bibliografia in questo senso è il punto di partenza. Sulla lotta di potere che ha coinvolto la Cattolica per via del Gemelli di Roma ho dovuto studiarmi lo statuto della Cattolica, che però non era mai stato pubblicato. Quindi è stato difficile anche ottenerlo. Tutto questo è necessario per scrivere un pezzo nel modo più preciso e approfondito possibile.