È l’ora di pranzo di una giornata di pioggia quando suoniamo il citofono di Pierre, nel quartiere Maciachini, periferia nord di Milano. Insieme a lui ci sono anche Giulio e Antonella ad aspettarci. Sono i primi tre musicisti della “Banda degli Ottoni a Scoppio” con cui facciamo conoscenza.

Pierre è un artigiano, Giulio un tecnico del suono e Antonella un dipendente pubblico: come tutti gli amici della Banda degli Ottoni (una trentina), non sono dei professionisti. La musica è una passione che li unisce e che li spinge ad andare a suonare nelle situazioni più difficili, per «dare una voce ai senza voce»: si sono esibiti davanti a operai che rischiavano di perdere il lavoro, per i residenti in quartieri di periferia e, quando il movimento per i diritti degli omosessuali era ancora agli albori, ai primi gay pride.

Per questo impegno trentennale il Comune di Milano ha assegnato alla Banda l’Ambrogino d’oro nel 2012. Dario Fo – dopo che i ragazzi della Banda organizzarono «un’improvvisata» in suo onore alla notizia della vittoria del Nobel per la letteratura nel 1997 – ha chiesto che fosse il suono degli Ottoni ad accompagnarlo durante il suo funerale. Un desiderio che è stato esaudito lo scorso ottobre, alla morte dell’autore di Mistero Buffo, che ha trovato un’affinità artistica con questo gruppo di musicisti di strada.

«La Banda è nata nel 1985, per gioco», esordisce Pierre. «A Carnevale abbiamo deciso di rappresentare una banda internazionalista delle brigate della guerra di Spagna: poi ci siamo resi conto che gli ottoni, e gli strumenti da banda in generale, non hanno bisogno della corrente elettrica. Quindi era possibile creare una banda di dilettanti che suonasse in occasioni di rivendicazioni sociali.» Giulio, mentre serve il caffè, aggiunge: «Siamo sempre stati motivati dalla volontà di far emergere quelle situazioni che altrimenti non avrebbero goduto di grande informazione.» Antonella ricorda quando la Banda fece uno dei suoi primi viaggi all’estero, a Stalingrado, in Russia, in un accampamento di migranti: «Quando ci hanno visto hanno iniziato a far festa.» Per un attimo il freddo, le ansie, le angosce erano come dimenticate.

Seguiamo Pierre e Giulio che dopo pranzo vanno a incontrare il resto della Banda per prepararsi a suonare nel corteo del 25 aprile. Per le vie del centro di Milano, nel tragitto che da Corso Venezia porta a Piazza del Duomo, più volte la Banda improvvisa delle canzoni: il corteo si ferma, i passanti assistono alle esibizioni degli Ottoni e ne applaudono le performance. C’è chi improvvisa girotondi, chi inizia un video con lo smartphone, chi comincia a cantare.

Igor è uno dei più giovani nella Banda. Suona la tromba e come molti suoi compagni sfoggia la maglietta viola con il logo giallo degli Ottoni. Ricorda quando «siamo stati alla caserma Montello di Milano, per suonare per i migranti» accolti nell’autunno 2016. Ma anche le esperienze «in Palestina e in Bosnia, in mezzo ai villaggi bombardati durante la guerra dei Balcani» a fine anni Novanta. «A tutti loro – continua Igor – abbiamo portato il messaggio di solidarietà e di pace che rappresenta la musica.» Il sogno? Quello di riuscire ad «arrivare a Kobane, per suonare per chi è stato liberato dall’Isis e dal regime di Assad».

La giornata è finita e il corteo si scioglie. La Banda si dà appuntamento alle prove del lunedì, in attesa di una nuova occasione in cui la loro musica potrà «dare una voce a chi non ce l’ha, ai senza voce.»