«Si nasce tutti pazzi. Alcuni lo restano». Sono queste le parole di Estragone in “Aspettando Godot” di Samuel Beckett, un autore che ha saputo indagare sulla follia con leggerezza e profondità. Esattamente come Dario D’Ambrosi, che dall’11 al 16 dicembre ha portato in scena al Franco Parenti di Milano il monologo “Tutti non ci sono”. Si tratta di uno degli spettacoli con cui il teatro milanese ha voluto commemorare i 40 anni della legge 180 di Franco Basaglia. Dario D’Ambrosi dall’11 al 16 dicembre ha portato in scena al Franco Parenti di Milano il monologo “Tutti non ci sono” Da sempre interessato al tema della follia, D’Ambrosi ha avuto l’intuizione di vedere nel teatro una possibile terapia per le persone affette da disabilità fisiche e psichiche. È così che nasce il Teatro Patologico, a cui nel 2016 si affianca il corso universitario di Teatro integrato dell’emozione per disabili, il primo al mondo nel suo genere, realizzato in collaborazione con l’Università di Roma Tor Vergata. Per presentare questo progetto D’Ambrosi il 3 dicembre 2017, in occasione della giornata mondiale del disabile, ha parlato nel Palazzo delle Nazioni Unite di New York e il 16 maggio 2018 al Parlamento Europeo di Bruxelles. Ecco perché il 20 dicembre 2018 il sindaco di Roma, Virginia Raggi, ha conferito un premio a D’Ambrosi e ai suoi attori.

Quando nasce il Teatro Patologico?

Il Teatro Patologico nasce negli anni ’90. Dopo l’esperienza al Paolo Pini (ospedale psichiatrico di Milano ndr) e dopo la legge 180 di Franco Basaglia, parto per gli Stati Uniti e lì comincio a presentare i miei primi spettacoli al Café “La MaMa” di New York.  Una volta tornato in Italia nel ’90, fondo il Teatro Patologico e da quel momento inizio a lavorare con le varie associazioni di ragazzi diversamente abili.

Qual è la cosa che l’ha più colpita al Paolo Pini?

La cosa che mi ha più colpito è stata la complicità tra i malati, la complicità nel mascherare il dolore, perché 40 anni fa c’erano pochissimi psicofarmaci per tantissime patologie. Non è come oggi che per ogni patologia ci sono 4 o 5 psicofarmaci diversi da somministrare. All’epoca in alcuni casi clinici le reazioni erano anche violente, e molti pazienti si  auto-distruggevano. Spesso gli altri ammalati urlavano più forte del degente che stava male, in quel momento. Per coprire le sue urla e manifestare empatia.

Perché ha deciso di creare il Teatro Patologico?

Perché volevo capire cosa fosse la legge 180, questa idea di fare uscire i malati dai manicomi, un’idea assolutamente rivoluzionaria, ma il problema era cosa far fare a questi malati una volta fuori. Infatti dico sempre che se Franco avesse potuto conoscere la realtà del Teatro Patologico, lui sarebbe stato felicissimo, perché questo era il completamento della sua legge. «Il Teatro Patologico nasce negli anni ’90 dopo la mia esperienza al Paolo Pini, dove vengo a contatto con un mondo assolutamente incredibile da raccontare» La legge Basaglia è geniale, però non c’erano alternative per questi malati che uscivano. Infatti nel ’79, nel ’80, ’81, ’82 abbiamo avuto più di duemila malati di mente che morivano in mezzo alla strada per freddo, per fame, perché smettevano una cura di psicofarmaci fondamentale alla sopravvivenza. Il Teatro Patologico nasce dopo la mia esperienza al Paolo Pini, dove vengo a contatto con un mondo assolutamente incredibile da raccontare. Ho presentato questo primo spettacolo, “Tutti non ci sono”, a San Giuliano dove sono nato e dopo ho cercato di portarlo qui a Milano, ma nessun teatro mi accettava perché riteneva fossi troppo giovane: all’epoca avevo 19 anni. Allora ho deciso di partire per gli Stati Uniti e lì ho avuto la fortuna di conoscere Ellen Stewart del Café “La MaMa”, dove ho presentato “Tutti non ci sono”. Il successo è stato incredibile.

Da dove arriva l’ispirazione per questo titolo?

Il titolo è ispirato alla scritta davanti al manicomio criminale di Aversa: “Tutti non ci sono e tutti non lo sono”. Trovo questa frase molto bella, perché sta a significare che “non tutti coloro che dovrebbero essere richiusi in manicomio sono lì dentro e anche che tutti quelli che invece sono dentro, non sempre sono veramente matti”.

Qual è il confine tra follia e normalità?

È la ricerca che sto portando avanti da parecchi anni e devo dire che è veramente sottile. Ho lavorato con grandissimi attori come Anthony Hopkins in “Titus”,  o con Mel Gibson ne “La Passione di Cristo”, dove interpretavo il flagellatore di Cristo. Lì ho capito che il confine è davvero sottile, perché ho visto delle manie, delle schizofrenie in questi grandi attori che mi hanno sempre fatto ricordare molto i miei ragazzi disabili. E poi, lavorando con questi ragazzi, capisci di quanto è difficile portarli in un mondo integrato, ma anche quanto è semplice comunque far vivere loro la quotidianità. Così capisci che questo confine tra normalità e follia è proprio sottile.

Perché secondo lei tanti geni sono pazzi?

Perché in qualche maniera la follia ti porta a scavalcare la normalità e quando scavalchi la normalità vai in un mondo assolutamente surreale. Per esempio, una volta a una lezione di scenografia un ragazzo autistico doveva disegnare una stazione delle forze dell’ordine e questo ragazzo disegnò una stazione dei carabinieri capovolta, sotto-sopra, attaccata a una nuvola, praticamente si trasformò in Chagall. Questo è un esempio molto semplice, ma fa capire come queste persone vivano in una non-realtà che permette loro di tirare fuori idee e sentimenti che i normo-dotati  trovano assolutamente geniali.

«Il teatro aiuta le persone con disabilità a scaricare le loro tensioni, le loro solitudini, le loro schizofrenie»

In che modo il teatro aiuta le persone con disabilità psichiche?

Le aiuta perché, mentre queste persone pensano di interpretare, non fanno altro che scaricare le loro tensioni, le loro solitudini, le loro schizofrenie. Il lavoro che facciamo è l’esatto contrario del lavoro  dello psichiatra o del genitore che li vorrebbero vedere molto calmi, sempre somministrando psicofarmaci. Noi invece sfruttiamo quei momenti di schizofrenia, di violenza e facciamo loro capire che serve per l’interpretazione di un personaggio: in questo modo, invece, imparano a gestire questo dolore, questa loro violenza.

Qual è l’aspetto più bello di quello che Lei fa?

È quello di sentire le famiglie dire, dopo che i figli frequentano il Teatro Patologico, “D’Ambrosi, non so se mio figlio diventerà mai un grande attore, ma noi siamo tornati a dormire la notte”. Questo per noi è un grande risultato e lì capisci che stai facendo un lavoro assolutamente straordinario e unico.

Qual è l’episodio più divertente che le è capitato?

Un malato autistico una volta mi ha detto: «Dario, sai cosa ho capito? Che il teatro è più forte di una bomba atomica, perché noi non ammazziamo, ma riusciamo a fare cambiare idea alla gente». Ecco, questa è una cosa divertente, ma assolutamente vera.

Qual è stato, invece, il momento più emozionante?

È venuto da noi un ragazzo psicotico che si auto-distruggeva, grattandosi la pelle. Era un caso quasi irrecuperabile. Ma quando ho deciso di far collaborare al corso di teatro anche la mamma, ho capito che questa unione, della mamma col proprio figlio, avrebbe salvato questo ragazzo. Anche la mamma mi ha confessato: «Dario, grazie al teatro io ho conosciuto veramente mio figlio».

Cosa ha imparato dai suoi allievi?

Ho imparato tantissimo, prima di tutto l’onestà e la sincerità, perché in loro non c’è mai un senso di malizia o di furbizia o di malafede o di superiorità o orgoglio narcisista. Quindi ho imparato la semplicità e poi l’unione delle loro energie, il modo in cui si aiutano a vicenda. Così come 40 anni fa avvertivo la complicità dei malati nel coprire le urla di dolore, adesso sento la complicità delle loro energie positive nel cercare di crescere, di avere un’autostima e di mettersi in gioco.