La figura dell’uomo virile e potente è entrata prepotentemente nell’immaginario di modello ideale nella società italiana, generando un problema sociale importante: quello della mascolinità tossica. Un modello che probabilmente viene imposto ma dei quali i maschi ne sono vittime a loro volta,  questo molto spesso proviene da schemi maschilisti preesistenti. Attraverso la forza, la prepotenza, la violenza e la ricchezza molti individui ritengono di essere al di sopra della legge e di comportarsi come dei veri boss mafiosi, emulando il loro stile di vita. Ma effettivamente come si comportano gli uomini e le donne della malavita, nello specifico nella realtà romana e circostante? Lo abbiamo chiesto a Floriana Bulfon, giornalista d’inchiesta esperta in criminalità organizzata, che ha scritto Casamonica, la storia segreta. La violenta ascesa della famiglia criminale che ha invaso Romaun importante documento giornalistico che ci dice molto su come questo clan abbia messo radici nella Capitale.

Che ruolo ricopre la figura femminile all’interno dei Casamonica e più in generale nelle organizzazioni criminali di questo tipo? 

Le donne non hanno affatto un ruolo marginale. Mantengono compatta la famiglia: comandano con ferocia, gestiscono i conti e le manovre criminali. Sono le regine delle dimore faraoniche, con tigri e pantere ruggenti ad altezza reale, wc d’oro e culle d’argento per i futuri re della famiglia. Non sono solo custodi del lusso cafone di casa, hanno infatti un ruolo chiave nei business criminali; come la cocaina che di giorno tengono a portata di mano nei comodini e poi di notte sotterrano nel giardino. Alle più scaltre viene affidato l’incarico di confezionare le dosi. Si fanno boss, come Liliana. Quando suo fratello maggiore è in carcere, secondo gli investigatori, è lei a sostituirlo e a diventare capo “famiglia”. Un ruolo che le consente di rimproverare gli altri parenti, di gestire e nascondere i soldi e di andare a recuperarli minacciando gli usurati perché «è quella che sa parlare meglio e che capisce di più». Un’altra, si chiama Gelsomina, comanda le estorsioni nella periferia estrema. Queste donne difendono il territorio e mostrano di avere i muscoli, pronte ad aggredire vigili e cronisti. Unite in manipolo, ognuno con i suoi compiti, perché «anche noi zingari c’abbiamo delle regole. Funziona come in Calabria, abbiamo una gerarchia» – spiega Liliana pronta a sfregiare la nipote che ha sposato “un morto di fame”. Sono destinate a saltare l’adolescenza e trasformarsi in adulte precoci. Le ritrovi presto madri che nascondono il corpo già segnato dalla vita sotto gonne lunghe. In casa bisogna essere dimesse, tanto che quasi non le riconosci quando per le ricorrenze sfoggiano vestiti firmati e luccicanti. Incontrarle è stato sorprendente. A lasciarmi sbalordita è stata la serenità con cui parlano dei loro affari. Attorno al tavolo barocco coperto con un centrino, così che non si rovini, si sono sedute la mamma, la nonna e la zia di un giovane appena arrestato. Gli uomini sono nella stanza accanto e non vengono considerati in questa conversazione tutta al femminile: si capisce che stanno discutendo la strategia difensiva per proteggere uno dei loro. Una questione che richiede competenza e furbizia: cose che le donne sanno fare meglio. In fondo, sono loro a diffondere l’immagine di potenza del clan, creando un brand criminale che ancora oggi, nonostante decine di arresti, è sinonimo di terrore nelle borgate romane: «La famiglia nostra è tutta unita». All’interno di questa grande famiglia, ci sono donne che hanno permesso l’ascesa e altre coraggiose che ne hanno determinato la caduta, rompendo il muro di omertà. Sono state Debora e Simona, due gaggé (cioè “straniere” si chiamano così le donne non Casamonica che entrano in famiglia, spesso non con facilità) a rompere il muro di silenzio e a parlare con gli inquirenti. L’hanno fatto, come accade anche per le donne di ’ndrangheta per salvare i loro figli. Debora ha convissuto per dodici anni con i Casamonica ma è stata sempre considerata “una straniera”, da punire e tenere segregata: «Non potevo fiatare, le poche volte che ho fatto di testa mia sono stata minacciata e picchiata». Debora ha descritto un’esistenza di miseria e nobiltà. Quando il marito viene arrestato, trova lavoro in un ristorante e cambia vita: niente più gonne lunghe ma jeans. Si fa addirittura un tatuaggio. Inaccettabile per i codici della famiglia, che ne tutelano il prestigio. L’obbedienza deve essere assoluta. «Mi ripeteva: “siamo così e ti devi comportare in questa maniera”». Volevano impedirmi di mandare le mie figlie a scuola perché le bambine devono stare a casa», aggiunge Simona.

Lei diverse volte ha detto che “la mafia prolifera dove c’è assenza di diritti”, ecco, che tipo di diritti mancano in Italia al momento per evitare ancora il susseguirsi di episodi di violenza? 

Le mafie si fanno forti nella diseguaglianza creando un ricatto. Prosperano quando i diritti sono annichiliti dalla spasmodica ricerca di una conoscenza, di una raccomandazione, di una protezione. E’ quello che accade nel nostro Paese. Le organizzazioni criminali si propongono come welfare alternativo a quello statale ed è un potere che facilmente si esercita su chi ha paura o chi per proprio tornaconto preferisce chiudere gli occhi. Perché le mafie hanno un grande alleato: l’indifferenza. Quante volte ci voltiamo dall’altra parte senza capire quanto invece la legalità convenga a tutti? Una società dominata dall’illegalità è una società non libera di progredire perché in essa dominano la volontà e la prepotenza di chi gestisce il potere. I Casamonica e la loro scalata al potere in questo senso sono un esempio interessante: la loro ascesa violenta corre in parallelo con il degrado della città. Hanno approfittato del vuoto delle istituzioni, che hanno abbandonato intere zone per costruire il loro sistema di potere. Sono cresciuti sulla pelle di una popolazione sempre più annichilita e abbandonata a se stessa. E contemporaneamente sono stati capaci di intessere reti con i colletti bianchi e quell’amalgama indistinta che è il ‘generone’ romano ( ceto di estrazione borghese e di condizioni facoltose che faceva parte della stratificazione sociale affermatasi nel corso dei secoli nella capitale dello Stato pontificio ndr) perché hanno saputo dosare violenza, raccomandazioni e soldi. Oggi la pandemia sta ampliando le crepe che già c’erano nel tessuto sociale, creando un baratro che inghiotte sempre più persone. E le mafie sono pronte a giocare un ruolo pesante, a conquistare interi settori dell’economia, ad accrescere il consenso sociale. Proprio perché il potere mafioso costruisce il suo consenso dove i cittadini non hanno più diritti.

In che modo un clan del genere promuove una mascolinità tossica? Secondo quale modello maschile cresce le nuove generazioni del clan? 

Nei giorni delle rivolte di Torre Maura un figlio di un capo dei Casamonica, 13 anni, mi ha detto: “io non sono razzista con questi negri, io sono razzista con i poveri. Io odio i poveri”. Il suo sistema valoriale è simile a quello di tanti altri. Il potere è permettersi ogni lusso.  Quello con la ricchezza è un rapporto viscerale e un valore da venerare. E così i piccoli della famiglia amano esibire il lusso, far vedere agli altri che loro possono permettersi telefonini di ultima generazione e vestiti griffati. Il senso è che se non hai i soldi non vali niente. Tra le storie finite nel mio taccuino, ce n’è una che non riesco a dimenticare. Davanti al parco di cemento un dodicenne che frequenta la quarta elementare un giorno ha deciso di scagliarsi contro uno di terza media. Gli dava fastidio che facesse il ballerino, così il baby Casamonica gli si è gettato addosso con il tirapugni, fino a spaccargli un dente. La madre in lacrime lo ha portato al pronto soccorso e si è trovata davanti la Famiglia Casamonica al gran completo. Anche loro avevano portato il piccolo a refertare. Poco importa se il dottore riscontri le lesioni solo alla vittima, si avvicinano alla donna e le dicono: «Se denunci quello che è successo, ci scappa il morto. Non ti preoccupare, i soldi del dentista te li diamo noi». Insieme a queste gesta arroganti si possono incontrare episodi di generosità. Si parla di altri rampolli che invece si mostrano protettivi verso i compagni più deboli e imitano l’idea di giustizia appresa dai genitori che, pur essendo figure di spicco dai lunghi precedenti penali, cercano di insegnare un percorso di convivenza. Forse per mimetismo, forse perché sperano di trasmettere assieme alla ricchezza un futuro borghese e regolare. Infine la scuola. Il rapporto qui si fa complicato. È vista come qualcosa che non fa parte di loro. I maschi a fatica possono arrivare a prendere la terza media, più che altro perché sanno che la scuola è obbligatoria e non vogliono problemi con i servizi sociali. Ma per le bambine è un luogo proibito. Non appena diventano “donne” devono uscire dal contatto con la società. Quella degli “altri”, che è “malata”. Stare a contatto con i “gaggi”, gli esterni al clan non va bene. Un’imposizione che rasenta forme di segregazione e analfabetismo.

Trova delle similitudini tra il comportamento dei Bianchi e l’agire dei Casamonica? Si tratta di un modello diffuso al livello di società italiana o dipende dal contesto di crescita?

Si china la testa davanti alla potenza del denaro. Soldi in contanti, fuoriserie che sgommano, Rolex da esibire. I Casamonica sono riusciti a trasformare in un marchio di fabbrica l’ostentazione del potere e del lusso ottenuto violando le regole. Del loro stile ne sono fieri. Il loro look viene imitato non solo dai giovani delle borgate.  E questo modello non è una prerogativa della Capitale. Penso al loro utilizzo dei pugni e della boxe, una scuola di riscatto, piegata a un modello di sopraffazione. Una caterva di cazzotti rifilati con violenza plateale. Il pestaggio del ‘Roxy Bar’ ne è l’esempio: picchiano il barista, prendono a cinghiate una donna disabile che li aveva criticati, sfasciano il locale. Solo perché non gli avevano fatto saltare la fila, ignorando il loro rango. È una forma di marketing criminale. La garanzia per imporre il rispetto, ottenere il pagamento dei debiti a tassi enormi, per costruire l’omertà. Riempiono i social con i filmati dei loro eccessi e delle loro feste, con i video delle vacanze dorate e a guardarli non sono così diversi da quelli dei Bianchi e purtroppo da tanti altri. Il contesto in cui si cresce certamente influisce, ma il rischio è che questo sia considerato sempre di più un modello vincente perché attorno degrado e corruzione si sono fatte sistema.

Secondo lei le produzioni televisive o i romanzi alterano e influiscono sulla rappresentazione dell’uomo criminale? Sono realmente così queste persone oppure è una visione stereotipata che bisognerebbe evitare di divulgare? 

I personaggi di questi prodotti editoriali possono influenzare gli spettatori soprattutto giovani, che ne traggono modelli e passioni, ma molto dipende dal contesto che svolge un ruolo centrale sulla percezione del messaggio. Gli effetti non possono prescindere dal come è stato cresciuto ed educato chi sta guardando o leggendo. Il punto non è censurare le fiction, anche perché spesso la realtà le supera, ma lavorare affinché un ragazzino che vive in condizioni di degrado e che pensa che l’unica strada per avere successo e soldi nella vita sia delinquere non trovi normale picchiare o uccidere.