Preservare la propria fertilità da giovani attraverso la crioconservazione degli ovociti (egg freezing) è una pratica sempre più diffusa e le motivazioni che portano sempre più donne a scegliere di congelare i propri ovuli sono comprensibili: la maggior parte delle donne prende questa decisione perché sta completando gli studi o è ancora in cerca di lavoro o perché è all’inizio della carriera nella propria professione. Oppure, più semplicemente, alcune donne scelgono questa opzione perché non hanno ancora incontrato la persona giusta con cui potersi immaginare madri. Tante altre, invece, sono reduci da qualche malattia o hanno già superato la soglia dei quarant’anni d’età, a partire dalla quale la gravidanza è considerata più rischiosa e quindi viene altamente sconsigliata.


Crioconservazione degli ovociti: la pratica

Per social freezing, che in italiano corrisponde a crioconservazione degli ovociti a scopo precauzionale, si intende quella tecnica per cui i gameti femminili (ovociti) vengono congelati e mantenuti in azoto liquido a -196°C per permettere alla donna di ricercare una gravidanza più avanti nel tempo o in caso di eventuali problemi di infertilità. Attraverso questo tipo di conservazione la vitalità del materiale biologico rimane intatta e utilizzabile fino al momento dello scongelamento.

Si tratta di una tecnica presente già negli anni Ottanta ma considerata controversa e sperimentale fino al 2012 quando l’American Society of Reproductive Medicine (ASRM) l’ha approvata solamente per le donne che, sottoponendosi a terapie oncologiche, avrebbero potuto vedere minacciata la loro fertilità. Solo due anni più tardi l’Asrm ha dato il via libera alla cosiddetta crioconservazione degli ovociti per tutte le donne, diventando così una pratica sempre più frequente tra coloro che decidono di ritardare la propria gravidanza a prescindere dalle motivazioni. Attualmente sono molto numerosi gli interventi di egg freezing negli Stati Uniti e in diversi Paesi europei. In Italia, invece, questa pratica ha visto un’accelerazione vertiginosa solo di recente: a settembre 2021, durante il Fertility Day, la Giornata nazionale dedicata all’informazione e alla formazione sulla fertilità umana che si festeggia il 22 settembre, è emerso come, nel corso dello stesso anno, il numero delle donne che ha scelto di affidarsi al congelamento degli ovuli sia cresciuto in modo esponenziale. Complice lo “sdoganamento” del tema che è entrato a far parte del dibattito culturale soprattutto dopo le testimonianze di alcune celebrità pubblicate sui social.

L’egg freezing risponde, almeno in parte, al bisogno di coniugare i percorsi lavorativi ed esistenziali con le urgenze di tipo biologico

Le donne che scelgono la strada della crioconservazione, oltre ad affrontare le paure legate alla terapia e agli eventuali rischi e a vincere i pregiudizi a riguardo, si trovano a fare i conti con un aspetto ancora più spiacevole: il costo. Un ciclo di congelamento degli ovociti può costare tra i tre e i 4mila euro e, a seconda del Paese e della zona in cui ci si trova, si può arrivare a spendere anche un totale di 16mila euro, considerando la consulenza, il trattamento, l’intervento, il congelamento e il mantenimento. Infatti, il più delle volte la richiesta delle biobanche oscilla tra i 150 e i 400 euro all’anno. Solo nel caso di indicazione medica come, per esempio la chemioterapia, la conservazione è (o dovrebbe) essere gratuita.

L’ovodonazione in Italia

Sebbene sempre più coppie o donne single ricorrano a trattamenti di riproduzione assistita, l’ovodonazione resta ancora un grande tabù. Il motivo è che, in questo caso, la donna ha bisogno di ricorrere agli ovuli di un’altra donna per realizzare il proprio desiderio di maternità.

Una solidarietà femminile è possibile grazie alla fecondazione eterologa: durante questo processo gli ovuli vengono fecondati dagli spermatozoi del partner maschile della coppia per ottenere degli embrioni che, conservati e selezionati in laboratorio, vengono poi trapiantati nell’utero della donna ricevente. Il successo è elevatissimo e il tasso di gravidanza clinica dopo tre tentativi raggiunge quasi il 97%. Fino a pochi anni fa, in Italia, non era consentito ricorrere a questo tipo di fecondazione perché la legge 40 del 2004 lo vietava. Nel 2014, una sentenza della Corte Costituzionale ha permesso di superare questo divieto e di sottoporsi all’eterologa solo a coppie di fatto, conviventi, sposate ed eterosessuali. Ancora oggi questa pratica è negata alle donne single e alle coppie omosessuali e ogni regione decide quali sono i limiti di età per accedervi. In Lombardia, ad esempio, le donne dopo i 43 anni possono affidarsi solo a servizi privati.

Quanto più ci si allontana da quest’età e, soprattutto, quando si va oltre i 36 anni, questo tipo di efficacia tende a impallidire

Un’altra criticità dell’ovodonazione è la carenza del numero di donatrici di ovuli. Nel nostro Paese la donazione avviene in maniera volontaria e anonima e la legge vieta qualsiasi tipo di ricompensa monetaria. Motivo per il quale tante donne si rivolgono agli Stati con una legislazione più progredita in tal senso, come la Spagna.

Le pazienti che cercano la fecondazione in vitro per la donazione di ovuli si rivolgono alle cliniche per la fertilità. Ma come vengono scelte le donatrici? Solo ed esclusivamente le cliniche hanno la responsabilità di scegliere la donatrice: quest’ultima non può conoscere l’identità dei futuri genitori e viceversa, in modo da garantire l’obbligo di anonimato. Le donatrici devono procedere con una serie di esami per confermare l’assenza di patologie sia di tipo genetico che di trasmissione sessuale, ma anche per valutare il proprio stato psicologico. Per essere compatibile alla donazione bisogna avere dai 18 e 34 anni, che è l’età di maggiore fertilità perché gli ovuli sono più giovani e quindi le riserve ovariche di migliore qualità. A questo punto la selezione si realizza seguendo due criteri principali: la somiglianza del fenotipo tra donatrice e paziente (corporatura, colore della pelle, colore degli occhi e dei capelli) e la compatibilità del gruppo sanguigno e fattore RH. Prima di procedere in definitiva, si decide anche la tecnica con cui intervenire, cercando di fare ricorso a quella con minore invasività. Ne esistono tre tipi: di I livello, se si introduce lo spermatozoo nella cavità uterina contemporaneamente al monitoraggio dell’ovulazione per favorire l’incontro spontaneo dei due gameti; di II livello, con la fecondazione in vitro e poi il trasferimento dell’embrione; di III livello, se le tecniche sono più complesse e bisogna procedere con l’anestesia generale e intubazione della paziente.

Le cliniche in Italia

In Italia, secondo il Registro nazionale della Procreazione Medicalmente Assistita, attualmente si contano 332 centri per l’inseminazione artificiale, divisi tra pubblici, 101 cliniche, e privati, 221. Distinguendoli in base al livello di specializzazione – solo nei centri in cui si possono praticare le tecniche di II e III livello è consentito il congelamento degli ovuli – si scende a un totale di 68 centri pubblici e 109 privati. Questi ultimi sono distribuiti per lo più al Sud e nelle isole: se ne contano 29 solo in Sicilia e Campania. Al contrario, ci sono più ospedali pubblici al Nord. Inoltre, la tendenza evidenzia che nell’ultimo decennio gli investimenti nel settore arrivano principalmente dai privati: i centri pubblici sono passati dal 37,5% del 2013 al 28,7% sul totale dei centri autorizzati per il freezing. La percentuale restante è rappresentata da centri privati. I numeri, quindi, evidenziano uno squilibrio infrastrutturale e finanziario tra le due longitudini del Paese: considerati i costi dell’intervento e la diversa disponibilità economica regionale, il congelamento degli ovuli e l’inseminazione sono più accessibili per i cittadini del Nord rispetto a quelli del Sud.

I numeri del social freezing in Italia 

In Italia, rispetto ad altri come la Spagna, la Francia o gli Stati Uniti, viene tutelata la privacy della donna per la donazione degli ovociti. Quindi, nei rapporti annuali pubblicati dal Registro PMA non vengono indicati i dettagli, come l’età precisa della donna o il riutilizzo degli ovociti da parte sua o di altri. Tuttavia, possiamo rintracciare dai dati alcuni aspetti: nel 2020 – ultimi dati disponibili – 17.243 coppie eterosessuali si sono sottoposte a cicli di inseminazioni con tecniche di scongelamento embrioni e di scongelamento ovociti su un totale di 65.704 coppie trattate. La percentuale di successo è intorno al 25%, per un totale di poco superiore ai 4mila neonati. Questo numero si è mantenuto stabile nel tempo, sia per la percentuale di successo che per il numero di coppie trattate.

È utile considerare anche un altro aspetto indicativo della situazione nazionale. Nel 2020 sono stati effettuati in Italia 34.785 prelievi di ovociti e di questi solo il 4,2% è servito per il congelamento degli ovuli con un’età media di prelievo intorno ai 36 anni. La maggior parte delle cliniche che hanno effettuato questi prelievi sono centri importanti che, nell’arco di un anno, eseguono più di 200 cicli di inseminazione e rappresentano più dell’80% delle cliniche che hanno congelato ovociti nell’ultimo anno. La tendenza dal 2013 ad oggi è stabile, con percentuali che oscillano dal 4 al 5% dei prelievi annui.

Come si posiziona l’Italia nel mondo

Secondo un’indagine del 2021 sostenuta dal Forum del Parlamento Europeo per i diritti riproduttivi, l’Italia si classifica 23esimo posto nel continente su 43 Paesi esaminati, dietro a Grecia, Ungheria, Regno Unito, Francia e Spagna. Lo studio si basa sulla trasparenza dei dati, la possibilità per i single di avere un figlio o, ancora, le agevolazioni statali per incentivare le forme alternative di gravidanza. Ai primi posti ci sono Belgio, Olanda e Francia. Rispetto a Parigi, ad esempio, ci sono differenze legali sostanziali ma, stringendo la lente sui dati, possiamo osservare che le percentuali di congelamento degli ovuli sul totale dei prelievi è molto bassa, e si attesta a circa il 2% delle donne secondo l’Agence de la biomédecine. In Spagna la pratica è più diffusa: secondo la Sociedad Española de Fertilidad circa il 30% delle donne congela i propri ovuli. Diversa, invece, la situazione per gli Stati Uniti, come rende pubblico il Centre for Disease Control and Prevention: più del 50% delle americane decide di congelare preventivamente gli ovuli.