Le mani che afferrano rapidamente la macchinetta per tagliare il kebap. L’acciaio delle spatole che vibra nel ripassare la carne sulla griglia e poi, la manualità nel comporre tutto nella piadina, infarcendola di condimenti.La maestria di Ahmet nel preparare i kebap proviene dalla Turchia, lasciata venti anni fa per atterrare in Italia alla ricerca di un futuro migliore. «A Corvetto sono venuto solo dopo, intorno ai 40 anni». Ora ne ha 55. Da dieci anni ha aperto in piazzale Corvetto il suo negozio: Mevlana Kebap, incorniciato tra la sopraelevata per l’Autostrada del Sole e la discesa della metropolitana.

Parla poco, accompagnando i gesti delle mani ad un italiano stentato. Non capisce il perché io voglia sapere qualcosa della sua vita e ha paura. Tra i tavoli di Ahmet il silenzio sembra essere un comandamento: non si fanno domande e proprio per questo mi rendo conto che la mia presenza è abbastanza inusuale: «Qui la gente viene per mangiare un kebap o prendere la pizza e se ne va, non rimane molto tempo».

Nel negozio di Ahmet non si parla e si mangia per quasi due euro: durante la pandemia è frequentato soprattutto da fattorini africani

Mentre parlo con lui sono tutti chini sul kepap classico, un euro e cinquanta, un prezzo alla portata di tutti: «L’ho fatto per questi fattorini africani che vanno avanti e indietro». In effetti il quartiere ne è pieno: se ne vedono molti sfrecciare sulla ciclabile di Corso Lodi. La pandemia ne ha solo agevolato la diffusione: «Prima non erano molti, la gente veniva e portava il cibo a casa. Oggi invece in tanti vengono con gli zaini». Ahmet intende i grandi zaini delle aziende di consegna a domicilio.

Corvetto è il simbolo più deprecabile della gig economy: Ahmet, abbassando ancora di più la voce, mi confessa che il fattorino seduto dietro di me viene da lui ogni ora da tre giorni. Non sa dove dorme o dove riposa. La prima volta che lo ha visto è stato dopo il Covid, forse ha trovato un’occasione per guadagnare qualcosa. Non che lui sia da meno, ci tiene a precisare: «Lavoro al negozio dalle dieci del mattino fino alle tre di notte», anche se l’orario di apertura ai clienti è alle dodici. Alla domanda su come si trovasse a Milano mi risponde: «Io lavoro». Non sa nulla degli altri kebabbari della zona e non mi dice nulla sulla città.

Forse non c’è molta differenza tra gli italiani anziani che vedo passeggiare per le vie e i nuovi lavoratori di Corvetto. Entrambi risponderanno allo stesso modo alla domanda: “Come ti trovi a Milano?”. “Io lavoro”.