Yemen, l'allarme che non c'è


“Welcome in Yemen!”. È il saluto che chi atterra a Sannaa, la capitale dello stato nell’estremo Sud della penisola arabica, riceve per le strade. Gli yemeniti esprimono così la loro cordialità verso gli stranieri. In questi posti, di recente toccati dal terrorismo islamico internazionale, la realtà non è allarmante, a dispetto della rappresentazione mediatica diffusa in Occidente, Italia compresa.

Non si avverte eccessivo pericolo, anche senza illuminazione, a camminare per le strade di Sanaa, in un Paese dove i pali dell’energia elettrica sono il segno del divario tra sviluppo e povertà.
«La capitale – dice Marco Lombardi, docente di Gestione delle crisi e comunicazione del rischio all’università Cattolica – non è rischiosa, o quantomeno non tanto da indurre a scappare o a rimanere rinchiusi in aeroporto, come hanno fatto per un giorno i viaggiatori del tour operator Avventure nel mondo per paura di uscire in strada».

Prima di questo episodio, Stati Uniti e Gran Bretagna avevano chiuso le ambasciate. Un segno che equivale alla premessa di un atto di guerra, ma che è rientrato il giorno dopo. «In quei giorni, l’allarmismo di alcuni Stati occidentali è stato eccessivo – aggiunge Lombardi – : lo Yemen vive di turismo, che non è solo una risorsa economica, ma anche una strada per aprirne i confini e evitare che diventi una base di Al Qaida».

La chiusura delle ambasciate è stata una decisione estrema ma, per certi versi, comprensibile, se si pensa al livello di controllo del territorio da parte della polizia yemenita. Alcune zone del Paese sono off limits, sia per lo Stato sia per gli stranieri: sfuggono al controllo il confine con l’Arabia Saudita, il governatorato del Marib, a Sud-ovest del paese e, a Est, la zona desertica.
Il confine Nord, quello con l’Arabia Saudita, è la rotta per il passaggio delle armi destinate ai terroristi islamici. La geografia rende difficile all’esercito entrare in contatto con alcune aree.

«Lo Yemen – continua Lombardi – è, in quanto a conformazione del territorio, endemicamente un rifugio per terroristi, i quali impiantano in aree remote i campi di addestramento». Il tribalismo è l’altro aspetto della contiguità con il terrorismo jihadista.« La situazione etnico- politica – prosegue Lombardi – è frammentata. Le aree tribali impediscono alla democrazia di affermarsi e diventano rifugio per gli uomini di Al Qaida».

Al Qaida non recluta i suoi uomini solo in Medio Oriente. Chi vuole diventare martire parte anche dall’Europa. «I militanti islamici in Europa si addestrano in Yemen – dice Lombardi – . Di solito arrivano dalla Germania. Sono immigrati turchi tedeschi, di seconda generazione».
Seppur teatro di divisioni tribali ed etniche, lo Yemen approda a piccoli passi verso la democrazia. Il presidente Abdullah Saleh ha vinto legittimamente le elezioni nel 2006. Un successo non paragonabile ai tentativi di altri partiti di democratizzare le zone dove Al Qaida è presente, come l’Afghanistan.

  • Luigi Serenelli

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