Witold Pilecki, il volontario della Shoah


Nel 2000 fu istituita la Giornata della Memoria, per commemorare lo sterminio del popolo ebraico e tutti gli eroi che si sacrificarono per la salvezza di molti deportati ebrei. Fu scelto il 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz,  come giorno simbolo del ricordo. In concomitanza con il  65° anniversario, Laterza ha appena pubblicato Il volontario, un libro scritto dal consulente del TG1 Storia della Rai Marco Patricelli, che racconta la storia del militare Witold Pilecki.

Nel 19 settembre del 1940 in quella Varsavia occupata dai tedeschi, Witold  fu “il più coraggioso dei coraggiosi”. Ma forse non tutti conoscono la storia di questo intellettuale e soldato polacco, fondatore di un esercito clandestino antihitleriano che, munito di documenti falsi, si lasciò “casualmente” arrestare dalla Gestapo assieme ad altri 1139 civili. Si fece chiamare Tomasz Serafinski e, come gli altri deportati venne torturato, marchiato a fuoco (sul braccio aveva tatuato il numero 4859) e trasferito ad Auschwitz.

Voleva conoscere la realtà del  campo di concentramento, creare una rete di resistenza e assistenza e inviare i rapporti sulla situazione nel campo ai piani alti della resistenza polacca. In due anni e mezzo riuscì a creare un'organizzazione di circa 2.000 persone infiltrate, prima di evadere nel 1943. Combatté durante l'insurrezione di Varsavia del 1944 e cadde prigioniero fino alla fine della guerra. Dopo la prigionia viaggiò verso l’Italia e lì si offrì al generale Anders per una missione nella Polonia contro i sovietici. Ma nel 1947 i servizi segreti comunisti, che già lo pedinavano da tempo, riuscirono ad arrestarlo.

Witold confessò le sue presunte colpe solo quando minacciarono di far fuori la sua famiglia. Ma non per questo venne graziato: il 25 maggio del 1948 lo giustiziarono. Nessuno seppe più di lui e dei suoi meriti. Della resistenza si arrogò ogni merito un suo ex compagno di prigionia, nel frattempo divenuto premier del governo polacco e poi presidente della repubblica, Cyrankiewicz.

Come spiega il professor Marco Patricelli, curatore dell'opera, Il Volontario vuole rendere un meritato omaggio a un coraggioso protagonista della nostra storia contemporanea.

Patricelli, dove sta secondo lei il vero coraggio nell'esperienza di Pilecki?
Già l'idea di entrare nell'inferno di Auschwitz contiene in sé la riprova di un coraggio assoluto. Pilecki non ha il vuoto alle sue spalle, ma una famiglia che ama e degli affetti. Ha un grande senso del dovere che può sfuggire alla nostra comprensione. Probabilmente perché per noi è difficile capire il carattere di un polacco che ha visto rinascere la sua patria martoriata dopo 123 anni di spartizione e che ancora una volta è occupata dai nemici storici, Germania e Russia. Una terra, la sua, in cui vige una politica di annientamento, di servaggio e di decapitazione della classe dirigente.

Il suo è un racconto, una testimonianza, una biografia di Pilecki?
Voglio sperare che sia un omaggio a un uomo che ha scritto una pagina nobile della nostra storia europea, che deve riemergere dalle nebbie in cui l'ha precipitato un totalitarismo che non poteva consentire a una figura come la sua di testimoniare l'amore per la libertà.

Cosa può spingere un intellettuale ad imbarcarsi in una missione del genere e volontariamente, per di più?
Non ho una risposta a questo, ma posso formulare un'ipotesi. Pilecki sentiva che ciò che ha fatto andava fatto; ma ci voleva qualcuno che sapesse come compiere questa missione e lui poteva e voleva farlo. Non va dimenticato che Pilecki parlava correntemente tre lingue, aveva una preparazione militare ed esperienza non da poco in fatto di clandestinità e spionaggio.

Witold Pilecki è stato l'unico a essersi fatto rinchiudere volontariamente ad Auschwitz?
Sì, è stato l'unico a farsi rinchiudere volontariamente per una missione che aveva finalità generali: informare gli Alleati e creare una rete di resistenza. Nessuno entrò ad Auschwitz con questi obiettivi. Qualcuno ci entrò per espiazione, per senso di solidarietà, ma non per un'esperienza soggettiva di sacrificio.

Cosa resta a distanza di tanti anni dell'esperienza di Witold Pilecki?
L'obbligo morale di far conoscere la sua storia. Perché, nell'abisso dell'orrore abbiamo una delle più alte vette di umanità, generosità e altruismo, in una vicenda che non ha davvero eguali.

Cyrankiewicz si prese il merito dell'impresa. Mai nessuno ha pensato di restituire il dovuto merito a Witold?
In Polonia i tentativi sono stati molti, e spesso a buon fine, dopo il 1989. Ciò che manca è la restituzione del nome di Pilecki e di quel che ha fatto al patrimonio comune europeo. Non è e non può essere solamente un "eroe polacco" perché ciò che ha fatto ci appartiene come un messaggio di speranza nei valori dell'uomo rinchiuso in una bottiglia che le onde della politica hanno provato a gettare a fondo. Senza riuscirci del tutto, per fortuna.

In cosa, secondo lei, l'esperienza fu diversa e affine a quella di Perlasca?
Per alcuni versi è molto simile. Ambedue rischiarono tutto in cambio di nulla. Ambedue dopo la guerra furono dimenticati perché personaggi "scomodi" da gestire, con distorsioni ideologiche che non fanno giustizia al loro profilo morale e neppure alla storia. L'unica differenza è che Pilecki rinunciò anche alla libertà, rischiando sicuramente di più di Perlasca. Ambedue potevano scegliere strade più comode, invece scelsero quella che la coscienza dettava loro. Arrivando fino in fondo a questo percorso accidentato e mortale.

Come questo libro può essere utile alla memoria, al ricordo? Quale è la morale?
Avere speranza nell'uomo, anche quando tutto attorno è buio o incubo.

  • Giuditta Avellina

 

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