Cogliere la realtà da uno sguardo neutrale è impossibile. E il solo pensiero di questa volontà è una menzogna. A dirlo è Vittorio De Seta, il grande maestro vivente del documentario italiano, che della sua arte ha fatto un’appassionata testimonianza di luoghi e di persone, di colori e di sensazioni.
Nato a Palermo nel 1923, De Seta interrompe gli studi di architettura a Roma per seguire il suo vero daimon: il cinema. Esordisce nel 1953 lavorando come secondo regista di Mario Chiari per il primo episodio del film Amori di mezzo secolo. L’anno successivo è l’aiuto regista di Jean-Paul Le Chanois in Vacanze d’amore. Due esperienze formative che, combinate all’entusiasmo e al talento, gli fanno presto intraprendere l’attività di sceneggiatore e documentarista. Le sue opere sono prevalentemente ambientate nella natia Sicilia (Lu tempu de li pisci spata, 1954), in Calabria (Isole di fuoco, 1955, premiato come migliore documentario al Festival di Cannes, Pescherecci, 1959 e In Calabria, 1998), alla quale è molto legato perché da lì proveniva la madre, in Sardegna (Un giorno in Barbagia, 1958 e Pastori di Orgosolo, 1959, da cui ha tratto ispirazione per il suo primo lungometraggio Banditi a Orgosolo del 1961). Ma anche Milano e Hong Kong sono spazi a cui Vittorio De Seta ha dato una voce e un’anima.
Stella polare del cortometraggio e del documentario, De Seta ha collaborato con la Rai per una miniserie televisiva Diario di un maestro, che tratta della difficile esperienza didattica condotta in una borgata romana. Il 2006, invece, è l’anno di Lettere dal Sahara, il famoso e toccante lungometraggio che narra la vita di un migrante africano in Italia.
Fil rouge delle sue pellicole è il tentativo di coniugare sapientemente dimensione etica ed elaborazione poetica della realtà. Ciò significa mettere in primo piano la relazione tra natura e uomini, e non l’io dell’autore. L’ethos – il comportamento, nel senso greco del termine – di una gente (ad esempio, il proletariato meridionale) e la capacità creativa dell’uomo (il poiein greco), e non il narcisismo dell’individuo narrante. Questo perché il cinema, secondo De Seta, deve essere strumento di verità. In questo senso, allora, non lo si deve confondere con l’intrattenimento banale e volgare: e-ducare è il fine ultimo e, perché no, il vero divertimento.
A rendere omaggio al celebre artista è Il Fischio, centro di studio, promozione e produzione di video documentari, che ha organizzato tre giorni (dal 29 al 31 ottobre) di rassegna cinematografica nelle sale del cinema Gnomo di Milano, con la collaborazione del Comune di Milano e il patrocinio della Regione Lombardia. Lo sguardo puro e poetico di Vittorio De Seta è il titolo della kermesse che ci farà assaggiare il meglio dei suoi documentari. Verrà proiettata anche un’intervista inedita a cura di Francesca Lattari, giovane documentarista, che ripercorre con il regista la sua vita e i suoi film. Questa potrà essere anche l’occasione per un confronto generazionale tra due diversi modi di utilizzare la macchina da presa, rappresentati rispettivamente dalla Lattari e da De Seta. Interverranno, inoltre, il critico cinematografico Roberto Della Torre e il comico e scrittore Enzo Limardi.
Floriana Chailly, della società Il Fischio, ci spiega perché l’opera di De Seta è ancora attuale: «De Seta è un personaggio di grandissimo spessore e molto innovativo, soprattutto per quanto riguarda il colore: le sue luci animano paesaggi e uomini di bassa estrazione sociale. Il suo modo di fare arte non è fine a se stesso. Inoltre, De Seta si pone dinnanzi al reale con uno sguardo curioso. La curiosità è il punto di partenza per i suoi racconti. Egli intende sempre comunicare contenuti che lo hanno colpito in prima persona. Ma lo fa tralasciando strutture preconcette e pre-giudizi sulle cose. E la libertà di pensiero risiede proprio in questo atteggiamento. Anche lo sguardo del giornalista, a mio avviso, dovrebbe educarsi allo sguardo poetico per una visione non stereotipata e traditrice».