Vite da inviato. Farina: «Meglio un passo indietro»


 

Prima un lavoro da vice caporedattore, poi la decisione di “lasciar perdere il desk e tornare a fare lo scrivente”. Michele Farina da dieci anni è in forza alla redazione Esteri del Corriere della Sera. Non è un inviato dal punto di vista sindacale - ormai, ci spiega, questo è un contratto che non esiste praticamente più - ma negli anni ha viaggiato in tutto il mondo, dall’America all’Asia, passando per il continente africano sulle cui problematiche è particolarmente specializzato. Di ritorno da Haiti e con un viaggio in Iraq in programma, Farina ci racconta il mestiere dell’inviato.

Quali sono le dinamiche per cui un giornalista viene inviato a seguire una notizia?

Nella maggior parte dei casi è il direttore di una testata che sceglie quale giornalista inviare e dove. A volte capita che ci siano delle emergenze e che la scelta sia casuale. Per esempio, quando c’è stato il terremoto ad Haiti, c’era una collega a Washington che in quel momento poteva giungere sul posto prima degli altri. Infine, dipende anche dall’iniziativa personale del singolo. Io ero andato in Armenia per seguire il nascente processo di pace con la Turchia e poi mi ero proposto per l’Iraq perché all’inizio molti giornalisti non accettavano l’idea di andare in un teatro di guerra così pericoloso.

Cosa chiede un giornale ai suoi inviati, visto che oggi è possibile avere informazioni dettagliate in tempo reale da qualsiasi luogo del mondo?

Un giornale chiede notizie, storie, interviste, chiede di trovare qualcosa in più, dei risvolti interessanti di una vicenda. Dipende dalle realtà e dalle situazioni. L’anno scorso, per esempio, mi trovavo in Sud Africa per le elezioni presidenziali. Sono andato nel paese natale di Jacob Zuma, l’attuale presidente, e sono stato fortunato a trovarlo e a poterlo intervistare proprio a casa sua, fuori dalla grande città.

Cosa fa un inviato quando non è inviato?

Un giornalista che non è inviato dal punto di vista sindacale, quando non viaggia, non è tenuto a partecipare alla vita della redazione. Al contrario, un redattore inviato, quando è a casa, può avere invece compiti di desk e la responsabilità di andare al giornale.

Qual è la cosa più difficile da raccontare? Anche nel migliore racconto c’è comunque un divario tra quello che il giornalista vede e quello che invece riesce a trasmettere?

È difficile raccontare la sofferenza perché c’è sempre il rischio di cadere nella retorica. A volte quello che vedi e che senti è tale che c’è un divario con ciò che potresti esprimere. La difficoltà maggiore è soprattutto riuscire a dare un senso, oggi, al mestiere dell’inviato. Il mondo del giornalismo è cambiato, chiunque può arrivare sulla notizia prima di te con un telefonino. In altri periodi storici, invece, non c’era nessun altro attorno a te. Ma, a volte, in un mondo che va troppo veloce, si riescono a fare le cose migliori quando si sta un po’ “indietro”.

Una volta, in un’intervista, Ferruccio de Bortoli, in riferimento alla morte di Maria Grazia Cutuli, ha affermato che una verità non vale il prezzo di una vita. Cosa pensa a proposito? Come ci si rapporta con la paura?

Il giornalista dovrebbe essere testimone di una storia, non diventarne l’oggetto. Invece, negli ultimi anni abbiamo visto tanti rapimenti, tanti episodi che si sono conclusi col sacrificio di una vita. Essere cronista di bianca o di nera, nei luoghi vicini a noi, dove è presente la malavita organizzata, può essere anche più difficile dell’attività del giornalista inviato di guerra. Una storia non vale una vita, ma a volte ci si trova nelle situazione di dover rischiare la vita per avere una notizia.

Qual è il luogo che avrebbe più bisogno di essere raccontato?

L’Afghanistan ora ne ha bisogno, come negli anni scorsi ne aveva bisogno l’Iraq. Tutta l’Africa ha bisogno di essere raccontata. Lo stesso però vale per le nostre periferie, i nostre centri abitati, persino i nostri palazzi.

  • Carlotta Garancini

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