Una strage di Stato


Strage di Stato è il frutto del lavoro di centinaia di militanti di sinistra che, nei mesi precedenti e successivi ai fatti di Piazza Fontana, raccolsero informazioni, testimonianze e dichiarazioni per fornire una chiave interpretativa degli eventi alternativa a quella ufficiale.

Per ricostruire le vicende del libro è stato necessario ascoltare più di una voce: il Giornalista e il Professore sono due dei tre autori che si occuparono della stesura finale; Bruno Manghi, sociologo, ex sindacalista, fu uno dei promotori del gruppo nato a difesa della memoria di Pinelli; Aldo Giannuli, storico, è stato consulente della Commissione Stragi e della Procura di Milano nell’ultima inchiesta su Piazza Fontana. Giannuli, inoltre, era amico di Eduardo Di Giovanni, uno degli animatori del gruppo romano di controinformazione.

Nel momento della strage esistevano già delle esperienze di controinformazione nel panorama italiano?

Il Giornalista: «Già da qualche mese esisteva, presso il circolo Turati di Milano, il Movimento dei Giornalisti Democratici per la Libertà di Stampa e la Lotta contro la Repressione. Il Movimento pubblicava ogni settimana il Bollettino di Controinformazione Democratica, stampato a ciclostile, con lo scopo di dare uno sbocco alternativo alle notizie che non si potevano scrivere sui giornali. Grazie a ciò, al momento della strage eravamo già pronti a tenere botta».

Cosa succede dopo Piazza Fontana e la morte di Pino Pinelli?

Il Giornalista: «La notte del 12 dicembre, facemmo una riunione al Movimento per capire cos’era successo. Erano presenti giornalisti, avvocati, intellettuali, perché già si pensava di lavorare in un modo diverso da quello che ognuno applicava nella propria professione».

Manghi: «Io, il Professore ed altri, all’epoca assistenti in Cattolica portavamo a Licia, la moglie di Pinelli, i nostri scritti perché li battesse a macchina. Pino lavorava alla squadra rialzo delle Ferrovie e faceva i turni di notte. Per questo era spesso in casa di giorno e presto diventammo amici».

Il Professore: «Pinelli l’ho conosciuto nei giorni dello sciopero della fame in piazza Sant’Ambrogio, a cui parteciparono professori, studenti e assistenti della Cattolica. Quelle tende furono il centro di aggregazione del movimento studentesco e dell’opinione democratica milanese».

Manghi: «Dopo la morte del marito, ci siamo stretti attorno a Licia e alle bambine. A me è toccato accompagnarla per riconoscere il cadavere e andare in questura a ritirare il motorino e gli effetti personali di Pino. Ci impegnammo a fondo per ricostruire l’immagine autentica di Pinelli che, in quei giorni, veniva descritto dai giornali come una belva umana».

Il Professore: «In casa Surrenti-Saba fu messo in piedi una sorta di primo gruppo di controinformazione sulla vicenda. Organizzammo incontri con i giornalisti, convocati dalla Pinelli o nelle nostre abitazioni, ormai divenute uffici stampa».

Manghi: «Scrivemmo una lettera, firmata da alcuni intellettuali, per contestare la verità ufficiale. Fu pubblicata da Il Giorno e L’Avanti e solo dopo otto/nove giorni dall’Unità. C’era una grande diffidenza del mondo comunista verso gli anarchici».

Il Professore: «Poi nostro gruppo entrò in contatto con il Movimento dei Giornalisti Democratici: tra gli altri c’erano Camilla Cederna, Corrado Stajano, Guido Nozzoli, Piero Scaramucci. Insieme a loro costituimmo una struttura allargata, utile ad analizzare le notizie e gli elementi raccolti. Contattammo, poi, alcuni avvocati milanesi che ci consigliavano possibili strategie difensive da seguire. Nacque così uno dei più significativi centri di resistenza morale e politica di quegli anni. C’era grande consapevolezza che attorno a questo caso si giocava molta della resistenza alla strategia della tensione».

Manghi: «Il collegio di avvocati era composto da Memmo Contestabile dello Psiup, dall’avvocato Palmieri, socialdemocratico, dal professor Smuraglia del Pci, e dall’avvocato Gentili, cattolico socialista. Non fu un’esperienza facile perché i legali erano di diversa provenienza. Ma durante tutto il percorso svolsero il loro mestiere con serietà».

Come nacque, invece, il movimento romano?

Giannuli: «Nella seconda metà degli anni ‘60 i militanti dell' Agid - Associazione dei Giuristi Democratici, alcuni giornalisti di sinistra e i militanti del collettivo musicale “Canzoniere dell'Armadio” formarono il CdC - Collettivo di Controinformazione, di cui faceva parte Marco Ligini (terzo autore del libro, morto nel 1989 ndr).
Il 12 dicembre il Collettivo aveva già una sufficiente mole di informazioni per avviare un'indagine sulla possibile matrice fascista della strage.
Dopo il caso Pinelli l’Agid si spaccò. Alcuni magistrati e avvocati, tra cui Edoardo Di Giovanni, formarono il Cpg - Collettivo politico giuridico che difendeva i gruppi anarchici, mentre gli ambienti più legati al Pci presero le distanze. Insieme, il Cpg e il CdC formarono il cuore della controinformazione romana e raccolsero documenti per cercare di dimostrare l’estraneità degli anarchici negli attentati».

Come si incontrano i due gruppi?

Il Professore: «La svolta avvenne quando conoscemmo il terzo personaggio, Marco Ligini, arrivato a Milano con una valigia di schede e ritagli di giornale. Il gruppo romano per noi si identificava cpm Ligini, che faceva da trait d’union tra le due città. Da Roma arrivavano informazioni e dati sui gruppi neofascisti romani che poi noi rielaboravamo».

Il Giornalista: «Il caso ha voluto che io fossi amico di Ligini, perché facevamo le vacanze insieme alle Eolie. A Milano si formò così una cupola di tre persone: il Giornalista, il Professore, il Militante, che catalizzavano tutti i dati raccolti e scrivevano materialmente il libro».

Com’era strutturato il gruppo di lavoro?

Il Giornalista: «Al di sotto della cupola c’era una seconda fascia. Un gruppo di esperti che discuteva, filtrava e analizzava tutto il materiale, sia in fase di raccolta sia in fase di revisione. Ancora più in basso c’erano i militanti, soprattutto di Lotta Continua e dei movimenti studenteschi, che producevano controinformazione attraverso la lettura meticolosa della stampa di qualsiasi colore e la ricerca on the road».

Manghi: «Nel lavoro di indagine si sono palesate diverse vocazioni. Le persone più insospettabili, che facevano tutt’altro mestiere ma avevano un’innata capacità di cogliere nessi, si rivelarono investigatori infallibili. Anche a me è capitato di seguire delle piste. Ma in genere si trattava di matti che dicevano: “io so tutto!”. Allora li andavo a trovare, magari in una soffitta, e mi rendevo conto che erano mitomani».

Cosa succedeva al materiale fornito dalla base?

Il Giornalista: «Ligini faceva la spola tra le due città, ai suoi viaggi provvedevamo con le nostre poche risorse. A Roma manteneva legami con i suoi contatti nella controinformazione diffusa. Poi saliva a Milano con una valigia piena di appunti e articoli di giornale, ritagliati da mani femminili. Il lavoro del trio è durato circa un mese, il centro operativo era casa mia, dove anche Marco si accampava, quando era in città, in una stanza strapiena delle carte. Per mettergliela a disposizione, avevo dovuto spostare uno dei miei figli. Vivevamo in uno stato di semiclandestinità. Una delle nostre maggiori preoccupazioni era che Ligini parlasse del libro, perché, per carattere, avrebbe raccontato anche agli avventori dei bar cosa stava facendo. Ogni sera, nelle ore notturne, arrivava il Professore, l'ideologo. Con lui ridiscutevamo tutto il materiale raccolto e lo mettevamo insieme. Poi, in un’altra stanza, scrivevo i capitoli con la mia mitica Olivetti Lettera 32.
Ligini non era molto pratico in quanto a scrittura giornalistica. Se fosse stato per lui non avremmo mai chiuso il libro perché immaginava teoremi sempre più complicati senza mai buttar giù una pagina. Io e il Professore eravamo più concreti».

Il Professore: «Dopo la scuola passavo a casa del Giornalista, in via Fieno, a discutere le ultime novità. La versione finale l’ha scritta il Giornalista, il capitolo su Pinelli l’ho elaborato io e qualcosa sui gruppi romani l’ha mandata Ligini. A stesura ultimata fu convocata una riunione con i gruppi del movimento, i giornalisti e politici e fu data lettura pubblica del volume. Il testo venne approvato ed uscì anonimo».

Il Giornalista: «La nostra preoccupazione era di verificare gli elementi che avevamo, ma anche valutarne il valore politico. Non ci interessava nemmeno sapere come veniva svolto il lavoro di raccolta nella capitale. Due anni fa, in Brasile, ho scoperto che la proprietaria di un albergo dove alloggiavo aveva contribuito alle ricerche per il libro a Roma, ma io non avevo mai saputo di lei né lei di me».

Quali erano le fonti?

Giannuli: «L’indagine non si fermava alla grande stampa ma setacciava i giornali minori, la stampa di settore, gli annuari, i bollettini delle associazioni. Non si trascurava nulla: cronache politiche, cronaca nera, annunci economici, necrologi, tutto era scandagliato per cercare possibili nessi. Sia il Pci sia i servizi segreti sottovalutavano queste fonti aperte potendo disporre di una rete di informatori. L’estrema sinistra invece spremeva tutto al massimo».

Quale fu il ruolo del movimento nella raccolta dei dati?

Giannuli: «È stato l'elemento decisivo. Il movimento dette vita ad una struttura di contro-servizi segreti, grazie all’impiego a tempo pieno di moltissimi militanti. Molte informazioni venivano dai pedinamenti, dal procacciamento furtivo di documenti, da appostamenti fotografici e dalla sorveglianza delle sedi di destra. Inoltre i giornalisti e gli avvocati avevano accesso ad archivi di informazioni riservate.
C’è poi da considerare un fattore: a differenza del Pci che, fino agli anni ’70 non ebbe entrature nella borghesia italiana, molti militanti di estrema sinistra erano figli di deputati, questori, avvocati, etc. E dunque potevano anche avere accesso ai salotti importanti.
Ad esempio, una delle fonti di Di Giovanni era il nonno, senatore del Psdi, noto antifascista e alto dignitario massonico. Il nonno era legato a Giorgio Conforto, un informatore del servizio segreto russo».

In quali altri ambienti si raccoglievano le notizie?

Giannuli: «Molti militanti incarcerati, mandavano notizie dalle prigioni. Altre arrivavano dagli esponenti di destra che, tra il '66 e il '68, si convertirono alle idee di sinistra. Nello stesso tempo c’erano molti contatti nelle caserme e tra le diverse aree sottoproletarie: la rete dei lavoratori (specialmente i telefonici) fu fondamentale. Infine i giovani universitari, che avevano una buona conoscenza delle lingue straniere, lavorarono molto sulle fonti estere».

[A questo proposito è interessante citare un episodio raccontato dal giornalista Edgardo Pellegrini, una delle fonti della controinformazione romana. Nei primi anni ’60 Pellegrini lavorava nella sezione Esteri de “L’Unità”. Dietro lo pseudonimo di Samuel Evergood, il giornalista scriveva le corrispondenze dagli Stati Uniti, realizzate in realtà a Roma, grazie ai contatti con diverse fonti in lingua originale e i referenti dagli Usa. Seguendo le indagini alternative sulla morte di Kennedy, Pellegrini si imbatté nella Permindex, una società che finanziava molti gruppi neofascisti, tra cui quelli italiani. Dalla Permindex, Di Giovanni risalirà al nome di Sindona, che diventerà uno degli scoop principali del libro. «Questo strano gioco, di fare il Samuel Evergood stando seduto in via Taurini […] non potevo tenermelo per me. Era troppo divertente. Quindi le sue imprese le raccontavo nelle serate all’Armadio, il cabaret di sinistra». Ndr]

Qualcuno accusò il gruppo di essere stato «ispirato» dai servizi segreti…

Il Giornalista: «Chiaramente c’era il rischio di entrare in possesso di informazioni manipolate. Giorgio Bocca disse che molte delle cose scritte nel libro erano “informazioni del diavolo”, cioè provenivano dai servizi segreti. Gli risposi in anonimato sulle pagine dell’Espresso: “che il diavolo venga pure a cagare! Che ce ne dia tante di queste notizie!”. L’eccesiva cautela non sarebbe servita né per l'autodifesa, né per rompere il clima e provocare una risposta, serviva qualcosa in più. Noi sapevamo contro chi dovevamo andare e, se nel cammino si toccavano anche gli interessi dell’ala democratica dei servizi, andava bene lo stesso. Il gioco valeva la candela per dimostrare che si era trattata di una strage di Stato»

Giannuli: «Le fonti del libro rimasero a lungo oscure tanto da generare due interpretazioni opposte: per alcuni, Strage di Stato era ispirato direttamente dai servizi, per altri non ci fu alcuna influenza. Entrambe le tesi non convincono. La prima tesi perché nessun servizio avrebbe mai passato a militanti di sinistra così tanti dati, la seconda perché nel libro ci sono troppe informazioni per essere frutto solo di un’inchiesta giornalistica.
Probabilmente la lotta intestina combattuta, in quel periodo, tra i diversi servizi segreti provocò grandi fughe di notizie di cui l'opposizione democratica poté approfittare. Non ci sono però elementi per dire che l’inchiesta fu diretta dall’esterno».

E da che parte sarebbero arrivati questi spifferi?

Giannuli: «In quegli anni il Sid (il servizio segreto militare), mise in giro voci di accuse a Avanguardia Nazionale, movimento di estrema destra vicino all’Uaarr (ufficio affari riservati del Ministero dell’Interno). L’estrema sinistra romana prestò molta attenzione a queste voci perché An era particolarmente odiata nella capitale. Così maturò l’idea che i responsabili della strage fossero da ricercarsi in quell’ambiente.
Diversamente, nel corso degli anni, le indagini della magistratura hanno attribuito un ruolo determinante alla costola veneta di Ordine Nuovo. Nel libro i riferimenti a ON si trovano ma sono marginali, anche perché il Veneto non era ben coperto dalla rete di controinformazione».

Si può parlare di un metodo specifico usato nella preparazione del libro?

Il Professore: «Era un metodo casalingo. Leggevamo e classificavamo tutti i giornali. In quest’azione quotidiana ciascuno aveva compiti precisi, con altri io schedavo la stampa: ho costruito un archivio di personaggi, fatti, versioni e dichiarazioni che spesso era messo a disposizione dei giornalisti per i loro pezzi. Il metodo di lavoro si basava sulla discussione interna al gruppo, e non mancavano tensioni e contrasti».

Manghi: «Ci domandavamo se era plausibile che una notizia fosse legata ad un’altra. Ad esempio, andammo a prendere un articolo di tre anni prima che parlava di una vicenda accaduta in Friuli. C’entrava o non c’entrava con i nuclei di destra eversiva, legati ai servizi deviati? Il metodo voleva dire: cogliere tutti gli indizi che erano già pubblici e collegarli tra loro. In quei giorni la stampa produceva un’enormità di notizie e di illazioni. Non c’eravamo solo noi in una cantina. Fondamentale fu l’attività di schedatura. All’epoca non c’erano i computer. Noi ricercatori universitari avevamo i nostri cassetti, colmi di documenti; eravamo già addestrati a fare questo lavoro. Nel gruppo c’era anche un grande giornalista, il più anziano di tutti, che aveva fatto la Resistenza ed era stato in Vietnam, un inviato importante de Il Giorno che conosceva il mondo in maniera straordinaria. Le sue schede erano il retro dei pacchetti di sigarette che lasciava sparsi per casa».

Il Giornalista: «In gioventù avevo collaborato alla sistemazione dell’archivio della Brigata Garibaldi, la rigorosità del loro lavoro di controinformazione mi servì come modello. Non c’era margine per l’errore».

Quali erano i modelli di lavoro?

Manghi: «Non eravamo del tutto provinciali. Praticavamo altri paesi e altre letterature che fornivano spunti. La sociologia, in cui alcuni di noi erano immersi, ci dava il senso delle atmosfere sociali».

Giannuli: «Il livello culturale della nuova sinistra era mediamente alto: molti militanti avevano una formazione universitaria, avevano familiarità con le nuove discipline e con l’economia. Per il Pci la cultura passava ancora per la scuola. Per i movimenti invece andava cercata altrove: in edicola, a teatro, nelle conversazioni. I gialli, ad esempio, non erano amati dal Pci (che li riteneva paraletteratura), mentre l’estrema sinistra leggeva Maigret e Chandler. La cultura indiziaria era anche il prodotto di questo humus culturale. La Strage di Stato ricalca l’inchiesta investigativa di stampo americano, facendo esplicito riferimento al lavoro di Mark Lane sulla morte di Kennedy, L'America Ricorre in appello. A differenza del lavoro di Lane però, La Strage di Stato è apertamente schierato, in questo riprende il modello francese (ad esempio Il Caso Dreyfus), per cui l'analisi politica indirizza la ricerca e l’analisi. Si tentò di unificare la tradizione francese e l’investigative journalism, un’operazione che, pur passando sopra molte contraddizioni, da un punto di vista politico è riuscita».

Qual’era quest’operazione?

Giannuli: «Il tentativo era quello di sviluppare una narrazione unica. Il libro è vissuto come un monoblocco: Pinelli buttato giù, Valpreda incastrato, le bombe dei fascisti. Tutto si tiene. Questa linearità consente un messaggio semplificato ma efficace».

Il Professore: «Il libro ha forse il difetto di forzare un’interpretazione troppo allargata dei fatti, cerca di chiudere il cerchio. Ma è un peccato veniale, che risponde ad un’esigenza dell'epoca. Non era fondamentale sapere se dietro agli attentati ci fosse o no una mente unica, ma che il clima, le strutture, le persone convergessero tutti in una stessa direzione».

Come avete trovato l’editore?

Il Giornalista: «Trovare un editore non fu facile. Ricevemmo molti no, a cominciare da Giangiacomo Feltrinelli».

Giannuli: «Feltrinelli non lo ha pubblicato perché lo ritenne interessante ma non sufficientemente provato. Ad ogni modo lui si era dato alla latitanza dal 7 dicembre 1968 e la sua casa editrice era in forte difficoltà».

Il Giornalista: «Siamo arrivati a Giulio Savelli per esclusione, anche perché noi eravamo tre illustri sconosciuti. Ebbe noie di tutti i tipi, anche dalla polizia. Non esisteva un contratto, ma un accordo tra compagni. La distribuzione avvenne tramite la vendita militante e in libreria. Savelli incassò qualcosa, ma il costo dei processi che dovette affrontare successivamente bruciò gran parte dei ricavi».

Il Professore: «Fui uno dei quelli che andarono a Roma a consegnare materialmente le bozze in tipografia. Con nostra sorpresa scoprimmo che si trattava delle stesse officine grafiche in cui si stampava il Giornale d’Italia. Era un ambiente di destra. E gli operai, quasi divertiti dalla cosa, ci dicevano che avremmo fatto una brutta fine».

Il Giornalista: «Anche Mario Capanna, che faceva parte del comitato di lettura e revisione, ci disse: ‘Avvertiteci tre giorni prima dell’uscita del libro, che vi prepariamo il funerale’».

Quali furono le reazioni all’uscita del libro?

Giannuli: «Il libro uscì il 13 maggio del 1970, lanciato dai collettivi con concerti, assemblee, spettacoli teatrali. Ebbe una fortuna immediata: le prime 20mila copie sparirono subito, altre 20 mila furono stampate già in luglio. Entro il 1971 esistevano già cinque edizioni e la quinta prevedeva una nuova introduzione in aggiunta ad ogni capitolo.
Le ristampe proseguirono fino al 1977. Fino a quell’anno Strage di Stato vendette 500mila copie.
La fortuna del libro derivò dalla sua uscita tempestiva e dal suo carattere di inchiesta collettiva. I movimenti lo avvertirono come proprio e si identificarono con esso».

Manghi: «Strage di Stato è servito a smascherare una falsità. E lo ha fatto rapidamente. Bisognava comunicare alla gente che era stata commessa un’atrocità indescrivibile, molto lontana da come ce la raccontavano. Quanto all’accertamento della verità, ahimè, l’impresa era proibitiva, soprattutto perché le istituzioni non collaboravano».

Giannuli: «Dal punto di vista investigativo il libro è quasi un depistaggio: gli arresti dei fascisti di Ordine Nuovo smentirono la pista che portava ad An. Politicamente, però, era necessario. Per portare la gente in piazza non servivano i distinguo, ma discorsi chiari e netti. Inoltre la tesi del depistaggio di Stato era comunque confermata.
Il Pci rifiutò la definizione di Strage di Stato sostenendo solo la tesi della matrice fascista delle bombe. Più favorevole fu la reazione del Psi, così come quella dell’area radicale e dei nascenti Giornalisti Democratici».

Il libro doveva restare completamente anonimo ma così non è stato. Ci furono problemi interni al collettivo?

Il Giornalista: «Noi abbiamo battuto il libro a macchina e lo abbiamo spedito a Roma, ma non siamo stati coinvolti nelle successive fasi di lavorazione, le note le abbiamo lette a libro stampato. I nomi sono apparsi per la prima volta nel 1993, nella versione uscita come supplemento della rivista Avvenimenti». [In quell’occasione, sono indicati come autori Di Giovanni, Ligini e Pellegrini ndr].

Il Professore: «C’eravamo impegnati a mantenere l’anonimato perché il libro era il frutto del lavoro di un collettivo. Questo è stato anche uno dei motivi del suo grande impatto emotivo. Nessuno doveva rivendicare la paternità dell’opera. Ecco perché ci siamo incazzati con il gruppo romano».

Giannuli: «I milanesi non parteciparono al lancio del libro ma non sollevarono mai polemiche pubbliche. In tutta Italia furono Ligini e Di Giovanni a tenere le assemblee di presentazione. Lo stesso Giornalista non partecipò mai alle manifestazioni, sottraendosi alla ribalta».

Cosa restò del lavoro di contoinformazione negli anni successivi?

Manghi: «Strage di Stato ha risvegliato un’attenzione e ha messo in campo una capacità autonoma dei giornalisti di guardarsi intorno, di investigare. Ha fatto scuola in questo senso. Ma non come modello. Ha spronato molte persone a mettere al servizio di un’informazione corretta i loro talenti e le loro capacità».

Com’è continuata l’esperienza del vostro gruppo?

Il professore: «Continuammo a lavorare dopo l’uscita del libro e ci concentrammo sul caso Feltrinelli. Raccogliemmo informazioni e fummo anche minacciati. Ma non uscì nulla di scritto. Il gruppo si sciolse del tutto dopo l’avvento delle Brigate Rosse e del clima di terrore.
Le nostre indagini partivano sempre dall’idea che dietro i fatti di cronaca di quegli anni vi fosse un disegno preciso. Quel disegno che Marco Ligini, suggerendo il titolo del libro, definì Strage di Stato».

  • Marco Billeci e Fabio Forlano

 

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