Compleanno di soddisfazioni ed entusiasmo per il ventesimo anniversario del Festival del Cinema africano. L'anno scorso, le direttrici artistiche Annamaria Gallone a Alessandra Speciale, dal palco della serata di inaugurazione, avevano lamentato, con profonda preoccupazione, la drastica riduzione di finanziamenti che metteva in dubbio l'edizione attuale. E invece: oltre 22mila presenze, un aumento del 15% rispetto al 2009, calore e partecipazione da parte del pubblico. Un pubblico che ha espresso il suo gradimento conferendo il premio Città di Milano alla regista franco coreana Ounie Lecomte, autrice esordiente dell'autobiografico Une vie toute neuve, già presentato a Cannes 2009.
Il film ha meritatamente vinto anche il riconoscimento ufficiale più ambito del Festival: il Premio Eni per il miglior lungometraggio Finestre sul mondo. Ounie Lecomte, abbandonata in un orfanotrofio all'età di nove anni e adottata da una famiglia francese, ha filmato, con delicatezza e sobrietà, il trauma di una bambina che viene lasciata in un istituto dal padre, amatissimo. La piccola Jinhee (Kim Saeron, sorprendente incarnazione della tristezza e della solitudine) resiste con rabbia al suo destino di essere accolta in una nuova famiglia, giungendo perfino a tentare il suicidio seppellendosi nella terra. Ma la speranza di ritrovare il padre si scioglie nella consapevolezza dolorosa che questi non tornerà mai a prenderla. Del genitore rimarrà solo il ricordo di una passeggiata in bicicletta, stretta alla sua schiena, immagine toccante che chiude un film di rara sensibilità e credibilità nella rappresentazione della complessità emotiva dei bambini.
Sono donne anche le vincitrici degli altri due premi più importanti del Festival: Miglior Film Africano a Dowaha di Raja Amari (Tunisia/Svizzera/Francia 2009) e Concorso Cortometraggi Africani a Un Transport e Commun - Saint Louis Blues di Dyana Gaye (Senegal/Francia, 2009). Nel primo si incrociano con coerenza generi e tendenze differenti, dal dramma sociale – la condizione della donna fra tradizione e modernità – alla commedia nera, con picchi di autentica e iperbolica violenza: la giovane protagonista (Hafsia Herzi, notevole già in Cous Cous di Abdel Kechichee) si emancipa dalla segregazione familiare soffocando nel sonno la nonna e uccidendo con un rasoio la sorella. Finalmente libera cammina sorridente per le strade, con il vestito imbrattato di sangue. Leggero, divertente e ottimista è invece il musical scritto e diretto da Dyana Gaye, veterana del Festival e premiata nel 2006 con il corto Deweneti. La regista offre un ritratto dell'Africa di grande freschezza, lontano dai luoghi comuni.
Uscire dagli stereotipi rappresentativi è l'assunto programmatico che ha guidato anche la realizzazione dei film della sezione Forget Africa, finanziati dal Festival di Rotterdam 2010. Dodici registi, non africani e non europei, sono stati scelti dagli organizzatori olandesi per girare in Paesi del continente africano in cui non erano mai stati, con l'obiettivo di catturare con la macchina le prime impressioni e cercare la collaborazione di filmmakers e produzioni locali. I risultati sono capaci di testimoniare realtà sconosciute e di far dimenticare, appunto, l'Africa così come spesso, in modo retorico e pietistico, viene raffigurata: un luogo simbolo di povertà, fame, guerra e malattia.