Ferma nel porto di Bari, l’otto agosto del 1991, la nave Vlora è quasi un eroe: un relitto di storia umana che il ricordo e le istantanee dell'epoca caricano di simboli. La Vlora è il piccolo mercantile e, insieme, il grande ventre che, resistendo all’orda umana, ha accolto ventimila albanesi che hanno raggiunto l’Italia. Come tutto in quella giorno d’estate, lo sbarco non è organizzato. I più giovani si tuffano in mare; nella discesa convulsa le madri smarriscono i figli; i compagni di viaggio si perdono, per poi ritrovarsi sulla banchina, dove una fiumana di volti cammina, prima di essere raccolta nel vecchio stadio della Vittoria. Ad accogliere i ventimila sono le autorità di un paese impreparato che, da un giorno all’altro, si trasforma, da patria degli emigranti, in Eldorado dell’immigrazione.
Nicola Montano è un ufficiale della polizia di frontiera. In quell’otto agosto 1991 ha assistito allo sbarco di quei disperati che, di una nave presa in ostaggio, hanno fatto la loro speranza. A distanza di diciannove anni, Montano torna a quei giorni. «Per dare un volto a quegli uomini che noi chiamiamo clandestini, ma ai quali nessuno può impedire di inseguire una speranza e una nuova vita». Ma nel libro Ladri di stelle, storie di clandestini e altro (Medusa, Milano 2008) non è solo il volto del fiume umano a essere restituito ai posteri, bensì il volto e la delicatezza di un ufficiale di polizia che dei respingimenti ha fatto il suo lavoro, senza mai dimenticare il valore di ogni vita.
Il titolo del libro nasce dal ricordo di un bambino della Vlora.
Sì. Un bambino che aveva smarrito i genitori mi chiese perché a Bari non ci fossero le stelle. Il porto era troppo illuminato per poterle vedere, ma io capii quanto per lui fosse importante. Nei mesi precedenti ero stato lungo il confine tra l’Albania e il Montenegro; ricordavo come le stelle brillassero nell’oscurità della notte, tanto da poterle toccare.
Perché ha scelto di aprire il libro con il ricordo di quando lei, ragazzino, viveva in Germania da emigrato?
Credo che il mio ricordo dia un’indicazione chiara del punto di vista da cui ho affrontato le storie che racconto. Sono stato un immigrato e, con questo passato alle spalle, ho guardato chi arrivava ai nostri confini. Se arrivano fin qui è perché hanno bisogno di venire; chiedono di poter vivere del proprio lavoro, come noi continuiamo a fare ancora oggi quando ci allontaniamo dall’Italia o dal meridione.
Fino a che punto l’Italia era impreparata a fronteggiare lo sbarco di ventimila immigrati?
L’Italia era completamente impreparata. Applicammo una legge – la Martelli (legge n.39/1990) – che prevedeva il respingimento. Qualcuno riuscì a scappare e a restare in Italia, ma la maggior parte li rimandammo indietro. La politica, nella sua incapacità di evolversi, non mai ha saputo affrontare l’emergenza immigrazione. Ed anche oggi, una sanzione pecuniaria, per punire il reato di clandestinità, mi sembra insensata. Se potessero pagare, questi uomini e queste donne non verrebbero qui.
È contrario ai respingimenti?
Non sono un buonista. Non sono favorevole a spalancare le porte. Anche i nostri giovani hanno diritto ad essere tutelati. Ma nei casi per cui l’Italia si è impegnata in trattati internazionali, come quello di Ginevra o dell’Onu, dobbiamo dimenticare le nostre frontiere. In Libia si consuma una tragedia dell’emigrazione – tra le violenze e gli abbandoni nel deserto – di cui l’Italia si rende complice, con gli accordi bilaterali e i respingimenti dell’ultimo anno.
Nel 1991, all’epoca dello sbarco della Vlora, come viveva Nicola Montano l’obbligo dei respingimenti?
Ho applicato le leggi che avevo giurato di osservare, ma non ho potuto dimenticare lo sguardo delle persone che ho allontanato. No, questo no: umanamente non è possibile.