Un prophète


L’ascesa al potere criminale di un ragazzo franco-arabo all’interno di un carcere francese. Con Un prophète Jacques Audiard firma un romanzo di formazione cinico e amorale, portandoci all’interno di un mondo dominato da una sola legge: la violenza.

Malik El Djebena (un eccezionale Tahar Rahim, praticamente all’esordio) ha appena compiuto 19 anni quando finisce dentro per farsene sei. Tutto ciò che lascia nell’armadietto del carcere sono una sigaretta, un accendino e un biglietto da 20 euro. E’ analfabeta, e non ha famiglia. Ma nella prigione di Brecourt non c’è tempo di crescere con calma, e Malik si trova ben presto ad apprendere la lezione più importante per tirare avanti: uccidi o sarai ucciso. E’ questo ciò che gli fa capire César Luciani, il boss della gang corsa che domina a Brecourt quando gli chiede di assassinare un membro della fazione rivale degli Arabi.

Dal suo primo omicidio al ritorno alla libertà, il film ci racconta gli anni di prigionia di Malik: l’apprendistato criminale presso i Corsi, il traffico di droga tra Marbella e Parigi con l’amico Ryad, l’avvicinarsi alla fede araba. Una parabola che prende la forma tanto di una discesa agli inferi quanto, per opposizione, di una scalata al potere criminale all’interno e all’esterno del carcere. Malik imparerà a leggere e a scrivere, a lavorare. Ma, soprattutto, a sopravvivere e a regnare facendo sua la legge morale del carcere: ogni miglioramento possibile si può ottenere solo con la violenza, ogni centimetro di spazio guadagnato è una coltellata inferta a qualcuno.

Jacques Audiard (figlio d’arte del regista e sceneggiatore Michel) dirige un film stilisticamente impeccabile e pluripremiato (9 premi César tra cui quello per miglior film, il Gran Premio della giuria di Cannes, la nomination agli Oscar come miglior film straniero), in cui convivono elementi diversi: il mafia movie e il film carcerario, il realismo e l’onirismo (le visioni che Malik ha di Reyeb, l’arabo sgozzato in carcere). E’ un film sulla violenza e sulla prevaricazione, che diventano l’unico linguaggio con cui possono comunicare mondi ibridi, come i Corsi e gli Arabi, e destinati a non capirsi fra loro. E allora solo un profeta in grado di parlare le tre lingue (il corso, l’arabo, il verbo del sangue) può imporsi e imporre la propria parola.

  • Federico Corbetta Caci


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