Ci sono voluti sei anni e mezzo per riuscire a catturare un’immagine, il più aderente possibile alla realtà.«Per la nostra incolumità non giravamo in certe situazioni, ma quando scegli un soggetto simile per il tuo documentario, sai che ti stai attirando un sacco di problemi», spiega Rebecca Cammisa, autrice del documentario Which Way Home.
Ci sono bambini migranti che riposano ai binari del treno in attesa che la “bestia” torni a ruggire. Sanno che quando arriverà quel momento monteranno e salteranno sul tetto. «Erano incuriositi da noi perché eravamo diversi. Ci venivano incontro e iniziavano spontaneamente a raccontarci le loro storie. Abbiamo subito detto loro chi eravamo e cosa volevamo fare. E abbiamo spiegato che dovevamo documentare un viaggio, non potevamo né supportarli né assumerci alcuna responsabilità». La regista li ha seguiti lungo un viaggio che spesso diventa infinito perché i convogli diretti a Nord sono treni merci che percorrono a zig zag tutto il territorio messicano senza orari fissi. «Col tempo mi sono affezionata. Dicevo loro che, se erano stanchi, potevano tornare a casa; volevo capissero che potevano godere di un’altra possibilità. Ma loro vivevano per il sogno americano e il mio documentario non fa altro che seguire le decisioni che questi bambini intraprendono per passare la frontiera. Ho capito che non potevo proteggerli e che non era questo il mio compito».
L’attrazione dell’America come paradiso deve essere davvero forte. Ma altrettanto forte, seppur terribile deve essere l’inferno di miseria da cui quetsi bambini fuggono: secondo quanto emerge dal documentario Which Way Home di Rebecca Cammisa la difficoltà più grande non è il treno (se ti addormenti rischi che ti possa tagliare in due) e non sono neanche le bande di malviventi, estorsori, assassini o stupratori. La cosa peggiore è sapere che qui lo Stato non c’è: né polizia, né esercito, né le autorità preposte a forme di controllo o sicurezza. Nessuno sembra vedere quei cinquecentomila centramericani che ogni anno attraversano il Messico. Rebecca Cammisa: «Continuavo a chiedermi perché una bambina di nove anni viaggia senza avere una minima idea di dove stia andando».
Ci sono i macchinisti della “bestia” che chiedono i soldi per fermarsi e lasciar salire illegalmente i migranti. «Non ho mai pagato nessuno per poter filmare, ma ho ricevuto minacce di morte – ammette la regista –. Abbiamo chiesto tutti i permessi che potevamo, avvicinandoci ad associazioni, strutture e istituzioni». Ma, spesso, in questa zona franca non servono neanche. Perché ci sono anche i finti viaggiatori: quelli che un giorno forse lo sono stati, ma poi sono stati reclutati dai loro aguzzini. Parlano la stessa lingua dei migranti, si fanno dire il nome di qualche parente, conquistano la loro fiducia per poi tradirli. Tutto questo è stato recentemente confermato dal rapporto della Commissione nazionale messicana per i diritti umani (Cndh), scritto sulla base delle testimonianze che trenta agenti della commissione hanno raccolto in un periodo di sei mesi. Tra il settembre 2008 e il febbraio 2009 quasi 10mila migranti centroamericani che cercavano di raggiungere gli Stati Uniti sono stati sequestrati e trattati con estrema crudeltà durante il loro passaggio sul territorio messicano. I riscatti richiesti si aggiravano tra i 1500 e i 5mila dollari: secondo la commissione in questo arco di tempo, i sequestri hanno fruttato più di 25 milioni di dollari. Per questo i sequestratori non esitano a praticare forme di tortura, stupri e omicidi. E restano impuniti.
Questo road-film mostra, infatti, le autorità americane al confine, preposte all’arresto dei bambini e alla loro estradizione. Un poliziotto dice: «Don’t worry, now you’re in the hands of the authorities. You’ll be fine». «Le autorità americane che hanno visto il mio film sentono solo questa frase – critica Cammisa –. Ma quando il video è stato proietto in America Centrale, tutti, a quelle parole, ridevano. È questa ignoranza che mi sconvolge ogni volta, perché qui si sta parlando di minori».
Roberta Cammisa, oggi, è ancora in contatto con i bambini incontrati in Messico e lavora al National Center for Refugee and Immigrant Children, impegnato nella scrittura della riforma sull’immigrazione infantile.