Dovrebbero essere neri, invece sono bianchi. Troppo bianchi. Non è colpa loro, nascono con un difetto congenito che comporta una deficienza di melanina nella pelle, negli occhi e nei capelli. Ma la loro comunità li discrimina, li emargina, li elimina. Sono gli albini africani.
In tutto il continente antiche credenze tacciano gli albini come portatori di sfortuna e di maledizioni. Le donne in età fertile, quando li incontrano per strada, sputano per terra. Al contrario, i loro organi sarebbero utilizzati per compiere riti propiziatori e di buon auspicio. Per questo, lontano dai centri urbanizzati, i crimini contro gli albini, come le mutilazioni e perfino le uccisioni, sono molto comuni.
In Tanzania, la soluzione al problema si chiama Albino United. La squadra di calcio, composta da 25 albini tanzanesi, ha giocato la sua prima partita ufficiale il 26 ottobre 2008. Il team milita in un campionato che corrisponderebbe all’ex serie C1 italiana e la società, che si occupa dei diritti degli albini, ha sede nei pressi dell’ospedale oncologico di Dar es Saalam. Qui gli albini, che solitamente in passato hanno subito violenze, si sentono al sicuro perché l’obiettivo del progetto, ideato da Severin Edward Mallya, attivista per i diritti umani, è mostrare come l’albinismo non sia una forma di maledizione.
Marco Trovato e Marco Garofalo, giornalista e fotografo, hanno scoperto la squadra in uno dei loro viaggi nel continente e ne hanno seguito la storia per conto della rivista missionaria Africa: «Ci hanno dato appuntamento verso le 18 al ritrovo per gli allenamenti – racconta Garofalo – Quando siamo arrivati abbiamo scoperto che il campo era in prossimità di uno svincolo stradale e di alcuni cantieri, aveva una forma irregolare e nel mezzo c’era un grande albero». I giocatori, come molti in Africa, non hanno mezzi di sostentamento, ma l’entusiasmo è tanto: «Giocano anche a piedi nudi e il pallone glielo abbiamo regalato noi perché il loro si era distrutto». La squadra, come poche in Africa, non vanta eccellenti prestazioni fisiche, ma il suo valore simbolico è straordinario: «A causa della malattia la vista degli albini è molto debole e il rischio che si ammalino di cancro è elevato, però il calcio è un buon punto di partenza per sfatare i pregiudizi».
Solo l’allenatore e il portiere della squadra sono neri e come gli altri cittadini di Dar es Salaam non hanno problemi a convivere con gli albini. Il problema sono le zone più arretrate. «È strano pensare che in una nazione relativamente sviluppata rispetto al resto dell’africa esistano ancora queste credenze. Quando raccontavamo del nostro lavoro con l’Albino United, alcuni quasi si schifavano».
Se in Sudamerica gli albini sono chiamati “figli della luna”, in Africa si pensava fossero il frutto di relazioni extraconiugali con i coloni bianchi. Solo in Tanzania gli albini sono 170mila su una popolazione di 39 milioni. Negli ultimi tre anni ne sono stati uccisi una cinquantina e il governo ha dovuto pensare a provvedimenti efficaci: sono stati effettuati controlli su chi praticava riti magici e i colpevoli di reati contro gli albini sono stati condannati anche alla pena di morte. Nel 2008 è stata eletta una parlamentare donna, albina. Ma il caso è più unico che raro. La maggior parte delle albine donne continuano a essere emarginate dai loro genitori e a non poter andare a scuola. Gli uomini, invece, una speranza di salvarsi dalle uccisioni e dalle mutilazioni dei genitali ce l’hanno. Il calcio è un modo, forse l’unico, per riscattarsi. «La squadra gira la nazione e si fa conoscere dalla gente. Un’altra iniziativa non avrebbe avuto lo stesso successo».
Carlotta Garancini