Dopo essere stata arrestata, ogni persona ha diritto ad avvisare qualcuno e all’assistenza legale. In carcere ogni persona che entra è registrata, fotografata e perquisita. In carcere non si possono portare soldi, che vanno depositati su un libretto intestato a proprio nome con un tetto massimo di 520 euro al mese. Vanno lasciati fuori anche orologi, oggetti di valore e apparecchiature elettroniche, telefoni cellulari compresi. Il detenuto può tenere solo la fede.
Ai reclusi viene fornita la biancheria per il letto, una coperta, una saponetta, carta igienica, due piatti, un bicchiere e le posate. È possibile acquistare del materiale al mercato interno, ad esempio il dentifricio, utilizzando i propri soldi. In cella il detenuto trova il suo letto, il materasso e il cuscino e deve firmare l’ elenco degli oggetti presenti.
In cella ci si trova d’innanzi a degli estranei con cui bisogna condividere uno spazio piccolo ed entro le prime dodici ore ogni detenuto si sottopone a visita medica. Al momento dell’ingresso in carcere tutti i farmaci in possesso del detenuto vengono sequestrati, è quindi importante dichiarare subito i problemi di salute o l’eventuale sieropositività, per ricevere tempestivamente le cure o gli alimenti adeguati. I familiari potranno essere incontrati entro cinque giorni dalla convalida dell’arresto previa autorizzazione del magistrato, ogni detenuto ha diritto a sei colloqui al mese ma può chiedere carta e penna scrivere tutte le lettere che vuole, senza temere la censura su quello che riceve o invia.
Per capire la vita in galera, il disagio dei detenuti al di là dello sconto della pena, leggere le loro parole è fondamentale. «Il carcere è di per se una malattia - scrive Costanza, detenuta milanese di San Vittore - e non potrebbe potrebbe essere diversamente visto che si passano ventidue ore al giorno in uno spazio compresso e schiacciante?».
I detenuti italiani sono circa 55 mila, di questi solo 2 mila sono donne. Monica Pardo Cases è detenuta a San Vittore, è spagnola ma scrive in italiano la sua testimonianza. «Una banale infezione o un raffreddore in carcere - racconta - possono metterci in difficoltà. Per due mesi ho dovuto combattere per poter spostare un letto che, attaccato al muro, si bagnava durante i giorni di pioggia perché la parete si inumidiva. La disposizione degli oggetti all’interno delle celle è decisa dall’alto e a noi è vietato spostarli senza autorizzazione ».
Il disagio psicologico nasce dalla difficoltà di abituarsi a vivere in regime di privazione di libertà. Ad aggravare questa situazione ci sono le difficili condizioni sanitarie. Gli spazi piccoli richiedono un rispetto totale dell’igiene, una virtù rara quando in ogni cella si vive in sei o sette persone. «La prevenzione in carcere - scrive un’altra detenuta di San Vittore - è impraticabile. La nostra salute è minacciata continuamente da stress e tensione, e poi c’è il problema dei piccoli spazi. Il bagno viene a coincidere con la cucina e il tavolo è a circa un metro dalla turca, non credo che l’Asl concederebbe l’abitabilità in queste condizioni».
Le condizioni di vita. E’ questo il problema centrale della privazione della libertà. Il luogo di detenzione prova a descriverlo Monica Pardo Cases. «C’è un’umidità incredibile, mura scrostate e poca luce sola, sembra un cimitero nel quale buttano i fantasmi».