Avatar, il fantascientifico blockbuster appena diventato il film che ha raggiunto il più alto incasso al botteghino della storia del cinema, ha segnato (anche grazie a District 9, uscito in autunno) un prepotente ritorno sulla scena cinematografica mondiale della fantascienza. Il film ha posto dei quesiti sul presente e sul futuro del genere inaugurato nel 1926 dalla rivista americana Amazing Stories, diretta da Hugo Gernsback, e reso celebre dal russo Isaac Asimov. Di quali messaggi si fa portatrice la fantascienza e cambierà qualcosa dopo Avatar? A queste domande ha risposto Giuseppe Losacco, docente di Antropologia visuale alla facoltà di Scienze Politiche di Bologna, e responsabile del seminario in sociologia visuale, in parte dedicato all’analisi del genere fantascientifico come metafora sociale.
«Premessa fondamentale a qualsiasi discorso sulla fantascienza è il fatto che l’alieno non esiste. O meglio, esiste come trasposizione estrema della parte più “cattiva” dell’umanità. La civiltà aliena aggressiva o aggredita è sempre la proiezione dell’uomo. L’extraterrestre è lo specchio del terrestre». Il professore divide la storia della fantascienza in tre fasi: gli anni ’50-’60, dagli anni ’70 al 1996 e da Independence Day ad oggi. La prima fase è fortemente caratterizzata dal clima mondiale di diffidenza e insicurezza che scaturisce dalla Guerra Fredda. In film come l’Invasione degli ultracorpi è palese come la paura del diverso, o meglio del russo (l’alieno infatti ricalca sempre lo stereotipo del comunista, incapace di provare sentimenti e che punta a rendere tutti uguali), pervada il comune sentire dell’epoca post-bellica. Dagli anni ’70 si assiste a un’inversione dei ruoli: l’alieno gioca le parti del buono e l’uomo è il cattivo. Esemplificativo di questa epoca è ET, di Steven Spielberg, dove la nudità dell’extraterrestre rimanda alla cultura hippy e dei figli dei fiori, in auge negli anni ’70. L’uomo è colui che vuole studiare l’alieno per scopi scientifici o addirittura diventa esso stesso invasore (come in Alien).
Nonostante negli ultimi 15 anni il cinema abbia registrato un sensibile calo di sceneggiature dedicate a marziani&Co., da Independence Day ad oggi si riscontrano sia elementi di continuità sia un elemento di rottura col ventennio precedente. La discontinuità è segnata da Roland Emmerich, che con Independence Day ha fatto tornare l’alieno cattivo. Il motivo per Losacco è dovuto al ritorno dei conflitti armati in giro per il mondo, dall’Iraq ai Balcani. E l’11 settembre ha dato un nuovo impulso, palese in film come Signs e La guerra dei mondi. Nel primo, l’alieno uccide l’uomo secernendo gas tossici riferendosi implicitamente al rischio di guerra chimica; nel secondo gli alieni sono già sulla terra, proprio come i terroristi islamici che hanno organizzato l’attacco alle Torri gemelle e al Pentagono apprendendo le tecniche di volo negli Usa.
«La scena più famosa del film – spiega Losacco – è un chiaro richiamo all’11 settembre: il protagonista Tom Cruise fugge e i suoi capelli e le spalle sono imbiancate, proprio come tutte le persone che si trovavano al World Trade Center quel giorno, mentre le Torri crollavano». Ma c’è un elemento, presente in questi film, che caratterizza tutti i lungometraggi del genere e che non cambierà mai: il finale. «Questi film si concludono con la speranza, poiché la situazione drammatica è risolta da una sorta di provvidenza salvatrice dell’umanità. In questi film, il lieto fine e il discorso morale non mancano mai. E gli alieni tornano sempre a casa».
Il binomio District 9-Avatar potrebbe aver inaugurato una nuova fase, poiché in entrambi i film l’alieno interpreta il ruolo dell’oppresso. District 9 ha usato l’alieno per parlare dell’apartheid. È il discorso del ghetto, della segregazione. Il protagonista cambia il punto di vista da dentro a fuori rendendosi conto che dall’esterno tutto sembra facile e risolvibile, ma la realtà è assai più complicata. Losacco ha apprezzato molto il film prodotto da Peter Jackson, anche perché riprende tematiche tipiche di film sul nazismo come Il pianista (il ghetto) e Il bambino con il pigiama a righe (la segregazione, l’alienazione tra contatto e contagio).
Il film, diretto da Neill Blomkamp e Terri Tatchell, fa riflettere anche sul fatto che una situazione nuova e temporanea è sempre valutata positivamente. Ma quando essa si stabilizza ed entra nel normale ordine delle cose, viene percepita come un problema. Il docente cita come esempio l’immigrazione: «Quando arrivano gli stranieri, sono sempre salutati con favore. Ma poi, la novità si trasforma in fastidio, una volta inserita in un preciso contesto socio-culturale. La verità – conclude Losacco – è che l’uomo è un animale territoriale e il suo territorio non vuole dividerlo con nessuno».
Avatar non ha entusiasmato il professore e, a parte per questa nuova visione “buonista” dell’alieno, non ha alcuna portata innovativa per la fantascienza. Il film di James Cameron «utilizza il canovaccio dei western anni ’70 come Il soldato blu e L’uomo chiamato cavallo. Gli abitanti di Pandora rappresentano il buon selvaggio, e gli uomini sono modellati sui conquistatori europei che utilizzavano la colonizzazione in Africa come scusa per razziare oro e diamanti (non a caso, in Avatar, agli uomini serve un minerale utile per produrre sulla Terra energia rinnovabile). In Avatar l’uomo invasore viene sconfitto perché il soldato infiltrato prende le parti del colonizzato; è una storia assolutamente banale». Non è positivo neanche il giudizio finale di Losacco sulla morale del film: «Il messaggio sull'illusione che la propria civilità sia superiore è giusto, ma non è esattamente il concetto più rivoluzionario che il cinema possa esprimere».