Quanti sono i non vedenti in Italia, come vivono, cosa pensano, cosa fa lo Stato per loro? Veggenti o macchiati da qualche imperdonabile colpa, la tradizione letteraria li ha descritti anche come interpreti sensitivi del presente e del metafisico. Nella vita di tutti i giorni però sono costretti a fare i conti con la compassione del vicino di casa, il pregiudizio delle istituzioni e gli ostacoli sottili della burocrazia.
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«Ho i piedi nell’acqua. La sento fredda, che sale, con onde lunghe e costanti. In un silenzio fresco. Adoro l’acqua. Per questo il mio colore preferito è il blu. La prima volta che mi hanno portato a vedere l’alba sono rimasta indifferente. È arrivato il mattino, mi dicevano. Ma per me non era niente. Poi ho fatto un passo verso il mare. È stato allora che ho capito l’alba, come se un pensiero mi si fosse scritto in testa. Un pensiero, perché dentro un cieco dalla nascita non vivono immagini. Ricordi e concetti sono sequenze di sensazioni, combinazioni di odori e voci delle persone che ci hanno raccontato cose. Il mondo che conosco è lo stesso di chi vede, ma io procedo per gradi. Costa fatica. Per un cieco viene sempre il momento di fare i conti con la propria cecità. Sarà banale, ma a me è accaduto parecchi anni fa, parlando con un amico: senza farci caso lui mi disse che stava osservando tre persone, il muro, il cielo e una mela, tutto in uno stesso istante. Rimasi sconvolta. Per poter “vedere” un tavolo con un solo colpo d’occhio io mi ci dovrei sdraiare sopra e toccarne contemporaneamente ogni spigolo coi polpastrelli. Questo probabilmente equivale al comune concetto di vedere».
La vita di un non vedente è fatta di sfumature interiori, di processi di apprendimento lenti e graduali, basati sulla ripetizione di gesti e percorsi. Per chi diventa cieco abituarsi a questa lentezza può essere una prigione, soprattutto all’inizio. «Giorno dopo giorno gli occhi si spengono e si resta al buio. Non si è mai preparati al buio totale. In teoria è semplice: la luce se ne va. Quando successe a me, la prima reazione fu di panico assoluto. Pensavo che con la vista fosse sparito tutto. Che avrei dovuto cambiare, imparare a vivere in un altro modo, rinunciare ai gesti quotidiani. Anche a mettere il dentifricio sullo spazzolino. Ero disorientata. Eppure per vent’anni era stata la vista ad accompagnare ogni mio movimento. Funzionava in modo automatico: conoscevo una persona, osservavo il suo volto, l’espressione, poi costruivo una relazione interiore. Ogni oggetto proiettava un’immagine che attraverso gli occhi arrivava al cervello. A dire il vero, dopo quattro anni, ragiono ancora come se vedessi. Immagino luoghi e cose, e recupero dai ricordi la loro forma, il colore. Il buio però mi ha costretto a imparare che la vista non è l’unico filo che ci lega alla realtà. So che potrebbe sembrare curioso, ma adesso che non vedo riesco a fare cose in cui prima ero negata. I fiocchi sui pacchetti regalo, ad esempio. Credo fosse perché mi distraevo guardando il nastro. Adesso mi riesce alla perfezione. L’attenzione non rincorre più le figure, i colori, le cose. Presto attenzione a ogni singolo gesto. La vista distrae».