Le donne e i bambini, prima di tutto. Soggetti deboli, meritano, hanno diritto, a un riguardo in più. E all’Ambulatorio medico popolare di via Transiti 28, i volontari hanno dedicato loro un giorno della settimana: il martedì dalle 16.30 alle 18.30, il ricevimento è esclusivo. Il giorno delle pance, lo chiamavano quando è nata l’iniziativa. Negli anni ‘87-’88 infatti un gruppo di donne “orfanelle del femminismo” , avevano dato avvio al progetto del consultorio al piano terra dello stabile dove poi si è sviluppata anche l’attività dell’ambulatorio.
Ci spiega tutto Sandra, co-fondatrice e volontaria dell’Amp: «L’attività del consultorio è precedente a quella dell’ambulatorio. Eravamo un gruppo che negli anni ‘80 si preoccupava della salute delle donne. A Milano allora non c’era nessuna informazione sui servizi a riguardo e noi invece avevamo fatto una mappatura dei consultori pubblici e degli ospedali dove le donne potevano rivolgersi a seconda delle loro necessità. Andavamo di persona e fingevamo di richiedere informazioni. Poi ci è venuta l’idea del consultorio: seguivamo le donne in gravidanza con l’aiuto delle ostetriche, le italiane sulla questione della contraccezione, le immigrate sull’interruzione di gravidanza».
Oggi l’attività del consultorio è principalmente quella di informare e indirizzare le donne nelle strutture pubbliche: sia nei consultori dove le straniere possono andare senza permesso, che negli ospedali e negli ambulatori dove si possono fare visite mediche gratuite. «Noi spieghiamo qual è l’iter legislativo, poi le indirizziamo nelle strutture dove sappiamo che le trattano meglio. A Milano dobbiamo scontrarci con il problema del numero chiuso, una situazione più unica che rara in tutta Italia. Ogni giorno l’ospedale accetta le prenotazioni per un numero limitato di interruzioni di gravidanza. Se una donna rimane esclusa, nessuno le dice di tornare il giorno dopo, così viene rimbalzata da un ospedale all’altro col rischio di superare il termine».
Il consultorio aveva sospeso l’attività nel 2000 per poi riprenderla nel 2008. In un anno i volontari trattavano un caso a settimana. Ora l’emergenza sembra rientrata con due utenti negli ultimi tre mesi. «Vengono più donne quando diffondiamo maggiori informazioni sulla nostra realtà. Per esempio, una volta abbiamo distribuito volantini al mercato in tutte le lingue. Però, se funziona bene il passaparola tra le comunità, le donne capiscono che possono andare direttamente al consultorio pubblico, dove le cure sono garantite anche per chi non ha il permesso di soggiorno».
Le donne che si rivolgono al consultorio di via Transiti sono per la maggior parte sudamericane. Sono quasi assenti le asiatiche, ad eccezione di alcuni casi di emarginazione dalla comunità; le donne dell’Est Europa sono più legate ad altri servizi di volontariato, mentre le nordafricane e le islamiche usano molto i servizi pubblici. «Sono quasi tutte senza permesso di soggiorno, che non vuol dire clandestine. Le donne arrivate in Italia nascoste nei camion o sui barconi sono una percentuale irrisoria. Sono di più quelle arrivate con un permesso di soggiorno temporaneo che poi è scaduto». Il consultorio non ha grandi problemi nel rapporto con le strutture pubbliche: «Ormai sappiamo con chi è meglio collaborare. Alcuni incidenti però capitano. In un caso, dando per scontato che una signora era senza permesso di soggiorno, l’abbiamo mandata in ospedale. Una volta lì, lei ha mostrato la sua tessera sanitaria scaduta. Questo voleva dire che aveva il permesso di soggiorno e le hanno chiesto 800 euro. Altre volte abbiamo avuto dei problemi legati all’obiezione di coscienza dei medici, alla disinformazione o alla malafede degli operatori agli sportelli».
Il consultorio, come l’ambulatorio, ha però un altro tipo di problema, dal momento che occupa da anni una proprietà privata. «Abbiamo uno sfratto esecutivo dal 2008, ma noi contiamo di rimanere. Sappiamo che la forza pubblica e la questura non hanno interesse a buttarci fuori perché noi tappiamo un buco sociale. Comunque, il giorno che dovremo chiudere, prenderemo un gazebo, lo dipingeremo di fucsia e faremo informazione da lì».
Carlotta Garancini