Turchia, aumenta la pressione sui giornalisti curdi


Sino a quindici anni fa se qualcuno per le strade turche avesse parlato in curdo, i soldati avrebbero aperto il fuoco. Negli ultimi tempi numerosi quotidiani e settimanali in lingua curda sono stati chiusi e vietati, con l’accusa di aver fatto propaganda per il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (Pkk), l’organizzazione (terrorista, secondo il governo turco e i governi occidentali) che rivendica la creazione di uno stato indipendente curdo nel Sud-Est del Paese. Nel dicembre scorso gli 11 giudici della Corte Costituzionale hanno fatto chiudere il Partito per una Società Democratica (Dtp), il principale partito filo-curdo del Paese, perché avrebbe chiari collegamenti e collusioni con il Pkk. Il Dtp è, in ordine di tempo, il quarto partito filo-curdo chiuso dalla magistratura a partire dal 1990. I curdi in Turchia sono 17 milioni di persone e, formando la più grande minoranza etnica della Turchia, sono il più serio avversario dell'immagine ufficiale di una società omogenea.

Sinan Ozturk è un giornalista curdo di 42 anni. Ha lavorato per i quotidiani Yeni Ulke, Ozgur Gundem e Ozgur Politika e per la tv curda Medya Tv ed è stato redattore capo di Roj Tv. Ora non vive più nel suo Paese, perché ha deciso di ricostruire la sua carriera professionale e la sua vita in Francia.

Può raccontarmi la sua storia? Quando ha lasciato il suo Paese e perché?

Nel 1991 ho iniziato il mestiere di giornalista nel settimanale filo-curdo Yeni Ulke. Con qualche amico ho creato il primo quotidiano filo-curdo, Ozgur Gundem. Quando lavoravo per Evrensel, ho pubblicato un articolo nel quale ho riportato una lettera di minacce scritta dallo Stato Maggiore turco e indirizzata al primo ministro turco. Sono stato accusato di alto tradimento nei confronti dello Stato ed è stato intentato un procedimento giudiziario contro di me. Rifiutando di essere giudicato, sono dovuto fuggire in Europa nel 1997.

Ha mai ricevuto intimidazioni da parte del Governo durante la sua attività professionale?

In Turchia una forte pressione pesa su tutti i giornalisti dell’opposizione. Nel 1992 alcuni miei colleghi e amici sono stati torturati, mutilati o uccisi. Io personalmente quando lavoravo a Ozgur Gundem sono stato minacciato di morte per telefono. Oggi le persone che fanno tutte queste cose sono giudicate nell’ambito del “Caso Ergenekon”, un’organizzazione segreta ultranazionalista che prende il nome dal luogo mitologico dell’Asia centrale dove sarebbe nata la prima tribù turca. Questo gruppo è composto da intellettuali, giornalisti, politici e alcuni rappresentanti della mafia. L’organizzazione ha commesso in Kurdistan molti omicidi di nemici, veri o presunti, della Turchia. Io, che ero stato condannato a causa di uno dei miei articoli, ero sotto costante monitoraggio. Tutte queste persecuzioni mi hanno costretto a lasciare il Paese.

Lei sa se il Governo turco sta facendo pressioni su specifici giornali e perché?

La pressione del potere politico sulla stampa in Turchia si fa sentire molto di più rispetto a prima. Inizialmente pesava solo sulla stampa curda e su quella dei movimenti di destra, oggi pesa anche su quella islamica. A tutti i giornalisti suscettibili di essere considerati degli oppositori o degli islamisti è vietato l’ingresso negli edifici dell’esercito. Ma la più grande pressione è subita dalla stampa curda. In questo ultimo anno le pubblicazioni di molti giornali filo-curdi, come Gündem, Yedinci Gün, Haftaya Bakış, Yaşamda Demokrasi e Gerçek Demokrasi, sono state sospese. Dopo la censura di 19 giornalisti e il divieto imposto sui loro rispettivi giornali, la questione è stata portata davanti alla Corte europea dei diritti dell’uomo. Questa ha condannato la Turchia per aver infranto la libertà di espressione e ha condannato il paese a pagare un’ammenda.

C’è grande tensione tra curdi e turchi oggi? Pensa che la situazione sia migliorata negli ultimi tempi?

Il popolo curdo è vittima dell’ideologia ufficiale del Paese. Le case delle famiglie curde che vivono nelle città sono l’obiettivo del lancio missili. Il partito Dtp considerava la soluzione del problema delle minoranze nel suo programma. Ma, dopo la sua dissoluzione, mille dei suoi dirigenti sono stati banditi dalla vita politica e incarcerati. Con questo metodo lo Stato ha chiuso tutti i canali che portano al dialogo e ha aumentato la repressione.

Pensa che gli incontri ufficiali tra giornalisti turchi e curdi, come quello del 16 gennaio scorso a Istanbul, siano veramente utili per trovare una concreta soluzione, o siano solo formalità?

Non penso che ci sia un problema tra curdi e turchi. Il problema viene essenzialmente dall’ideologia dello Stato della Turchia. La soluzione sarebbe avere una costituzione che riconosca l’esistenza di tutte le minoranze. L’Europa dovrebbe giocare un ruolo più attivo nella risoluzione di questo problema e, attraverso le relazioni che intrattiene con il governo turco, deve utilizzare la sua democrazia più avanzata come uno strumento per mettere in evidenza gli interessi di tutti i popoli.

  • Simona Peverelli

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