Mohsen Melliti è uno scrittore e regista tunisino. Da più di vent’anni vive a Roma e l’anno scorso ha ottenuto la cittadinanza italiana. Ma per il suo paese d’origine continua a essere un esiliato. Non può fare attività politica per la sicurezza dei suoi famigliari rimasti in Tunisia, ma ha le idee chiare su quello che sta avvenendo e crede che questa volta la rivoluzione non si fermerà.
Cosa le riferiscono i suoi famigliari, le persone con cui è in contatto in Tunisia a proposito del clima di questi giorni?
Gli uomini di Ben Ali, la Francia, l’Italia, gli altri paesi africani e arabi, stanno tutti cercando di appropriarsi della rivoluzione perché va contro i loro interessi. Vogliono affossarla. Basta vedere che il nuovo governo è composto in gran parte ancora dalle stesse persone del vecchio esecutivo.
Pessimista quindi?
No, per la prima volta sono ottimista perché ora il livello culturale dei tunisini è molto più alto rispetto a qualche anno fa e la popolazione non crede più alle favole.
Perché il popolo si è ribellato proprio in questo momento storico?
Dopo 24 anni di regime la gente non aveva più niente da perdere. Soprattutto per i giovani era diventato impossibile vivere in un paese in cui internet è censurato, dove esiste solo la stampa di regime, dove una laurea non serve a niente perché non c’è un ricambio economico e perché anche per ottenere un posto di ambulante bisogna essere iscritti al partito.
Quale potrebbe essere allora una svolta in senso positivo?
Si spera nell’assemblea costituente, che i sindacati, le associazioni per i diritti umani e i magistrati stanno chiedendo in questi giorni. Davanti al finto cambiamento alcuni membri dell’Unione sindacale si sono già ritirati perché hanno capito che stavano perdendo la faccia davanti al popolo.