Triboniano - Il passato


L’arrivo dei nomadi

L’area a cui comunemente ci si riferisce come “il Triboniano” è una lingua di terra poco visibile stretta tra un lato del Cimitero Maggiore da una parte, la ferrovia dall’altra e il gruppetto di case attorno al Lago dei Tigli poco più a Nord.
I primi insediamenti di nomadi nell’area risalgono all’inizio degli anni 90: i primi ad arrivare sono stati i macedoni, quelli che adesso vivono insieme ai kosovari nel campo regolare predisposto dal Comune nel 2001 di via Novara 523. In seguito, sempre in quel periodo, arrivano anche i rumeni di via De Castillia, dopo essere stati sgomberati. «In pratica, il luogo era diventato un po’ la “pattumiera” dove mandare la gente che veniva sgomberata» afferma Fiorenzo De Molli, responsabile del Presidio sociale di Casa della Carità.
La situazione si acuisce, verso la fine degli anni 90, in conseguenza della guerra nell’ex - Jugoslavia, che porta a ondate sempre maggiori di nomadi (soprattutto kosovari e bosniaci) in arrivo a Milano, dopo che per anni la situazione era rimasta stabile. Con i soldi del governo D’Alema, l’amministrazione Albertini, anche per far fronte al freddo, decise di predisporre un piccolo “campo di sosta temporanea” tra via Barzaghi e via Triboniano (dove sorge l’attuale campo).

L’impatto con gli abitanti

A quel punto entrano in gioco anche i comitati di quartiere. L’organizzazione Cittadini Certosa di Garegnano, racconta la presidente Loredana Ponzoni, comincia ad interessarsi del problema dei rom in quel periodo, in seguito alle prime ondate di arrivi nella zona di via Triboniano, tra le baracche allestite dalla protezione civile. «A quel punto cominciano a formarsi i primi campi abusivi di baracche, e la polizia è venuta più volte a sgomberare».
Al tempo, dato che non c’erano servizi igienici, la situazione sanitaria era insostenibile, e la cosa si ripercuoteva inevitabilmente sulla vita del quartiere. «Ad esempio, dopo aver visto i bambini dei rom andare direttamente dalle baracche a scuola in cattive condizioni igieniche, c’era stato un fuggi-fuggi generale di genitori che ritiravano i propri figli. La cosa è stata parzialmente risolta utilizzando le infrastrutture sanitarie dell’unica scuola attrezzata, quella di Via Console Marcello»

Primi campi regolari

Quando De Molli mette piede nel campo per la prima volta, nel settembre del 2000, si sono già formate 4 aree distinte: una kosovara, una macedone, una bosniaca e una romena. Il numero di persone, racconta, si attesta già allora a più di 1000.
All’epoca i nomadi erano tutti extracomunitari, nonostante - ricorda De Molli - alcune differenze per quello che concerne lo status legale: «i kosovari, ad esempio, erano arrivati con la protezione umanitaria in seguito ai bombardamenti dell’autunno 1999». Nell’inverno del 2000, però, scoppia il problema dopo che erano intervenuti i vigili a far sgomberare le baracche dei rifugiati kosovari, e il conseguente arrivo delle roulotte della Caritas. «Il mio lavoro, a quel tempo, si concentrava principalmente nel far ottenere o lo status di rifugiati politici o il permesso di soggiorno per motivi umanitari».
Si formano i primi tavoli sulla sicurezza e, dopo una lunga trattativa con l’allora prefetto Ferrante, la giunta Albertini e l’assessore alla sicurezza Manca, nell’estate del 2001 si decide di predisporre due campi regolari. Dopo un lavoro di censimento da parte degli operatori durante il mese di luglio, le famiglie kosovare e macedoni vengono spostate ad agosto in via Novara 523, sotto il controllo della Caritas, mentre a Novembre, per romeni e bosniaci, viene istituito il campo regolare di via Triboniano 210 sotto la supervisione dell’Opera Nomadi.

Espansione e conseguenze

Ma i problemi e le contraddizioni non sono finiti. «In via Triboniano, sebbene il campo fosse regolare, non è mai arrivata né la luce né i servizi igienici sanitari, ma allo stesso tempo, poiché il campo era regolare, tutte le famiglie senza documenti o permesso di soggiorno sono state espulse dall’area», lamenta De Molli. Intanto, il campo si arricchisce di nuovi elementi: dopo che, a partire dall’autunno del 2001, avevano occupato prima una palazzina dell’Enel in via Sapri per alcuni mesi, e poi il famoso stabile di via Adda per quasi due anni, un gruppo di circa 15 famiglie romene vengono rimandate al punto di partenza, cioè in Triboniano. «Sono i primi 15 container sulla destra. Il comune li ha messi mettendo davanti il container della Polizia Locale, che, dall’aprile del 2004, opera in via Barzaghi 16».
Dal 2004 al 2007 i fondi con cui sovvenzionare il locale contatori non si trovano, le strade non sono asfaltate, e per di più l’Opera Nomadi lascia la gestione sociale del campo, e nessuno sembra volersene più occupare. A marzo del 2006, dopo il periodo di massima espansione dei campi abusivi circostanti, il campo brucia per la prima volta. Come conseguenza, viene trasferito, dalla sua collocazione iniziale, nella parte di terreno a ridosso della rotonda che porta al Lago dei Tigli, creando disagi di circolazione agli abitanti delle case circostanti, ma non solo: «quando sono andato, nel dicembre 2006, avevano solo un rubinetto e dei bagni chimici fatiscenti, il che aveva trasformato l’area circostante in una discarica di rifiuti biologici».

Il patto di legalità e socialità del 2006

A quel punto, l’amministrazione Moratti decide la creazione di un unico grosso campo autorizzato diviso in 4 aree, con tanto di servizi a norma, stanziando 1,5 milioni di euro di fondi pubblici e facendo firmare alle famiglie rom il patto di socialità e legalità per potervi soggiornare. In vista di ciò, il comune decide di fare, il 16 maggio del 2006, un censimento sul Triboniano diviso in 3 parti: le persone autorizzate fin dal 2001, i non autorizzati ma con permesso di soggiorno, e infine le “situazioni anomale”, per un totale di 361 persone (90 famiglie per 106 roulotte). A queste però si aggiungono altre persone che, non avendo il permesso di soggiorno al marzo del 2006, non vengono neanche censite: «come se non esistessero» commenta De Molli. Nel frattempo è venuta a crearsi anche una piccola area popolata da bosniaci che sono presenti dal 2001, circa 50 persone.

Quando, il 31 dicembre 2006, il campo brucia una seconda volta, mancano 3 ore all’entrata di queste popolazioni nella Comunità Europea. A questo punto, le istituzioni decidono di imprimere un’accelerata al progetto di sistemazione del campo: «nell’area 1 fanno entrare le famiglie autorizzate sin dal 2001, per un totale di 33 container più altri 15 con quelli di via Adda, mentre nell’area 2 sistemano gli altri gruppi di famiglie nelle roulotte portate da Napoli, le stesse del terremoto dell’Irpinia».
L’idea iniziale è quella di fare due lotti per la sistemazione di tutte le famiglie censite. Dopo che il primo viene realizzato, però, nel giugno del 2007 la giunta si mette di traverso, decidendo di non spendere altri soldi e lasciando fuori 22 famiglie. Tant’è che intorno al 20 di quello stesso mese si hanno i primi scontri tra rom e polizia, fomentati in qualche modo da alcuni gruppi di autonomi, come ad esempio il movimento anti-razzista guidato da Fabio Zerbini.

L’arrivo di Casa della Carità

A partire dal 2007, in seguito agli accordi con il Comune, parte la gestione sociale del campo di via Triboniano da parte di Casa della Carità, che istituisce il suo presidio. Al suo arrivo, l’organizzazione trova l’area in condizioni igieniche disperate: le prime forniture di servizi, infatti, erano arrivate solo nel marzo del 2006 (elettricità per le 8 famiglie bosniache).
Tra gennaio, febbraio e giugno del 2007, il Comune provvede finalmente all’allacciamento dei servizi come acqua e corrente elettrica nelle varie aree del campo; anche qui, però, non mancano le stranezze: «le aree 1, 2, e 4 pagavano la corrente, mentre l’area 3 ce l’aveva gratis». Nel corso della sua attività, l’associazione si dedica principalmente a costruire una rete di mediazione tra il campo e il mondo circostante: le scuole, le Asl, gli uffici del lavoro, le forze dell’ordine, etc. allo scopo di costruire vari percorsi di inserimento.
 

  • Stefania Saltalamacchia e Giacomo Segantini


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