Terza pagina, questa sconosciuta


La terza pagina compare per la prima volta sul Giornale d'Italia, diretto da Alberto Bergamini, nel dicembre del 1901. A Roma, la compagnia di Eleonora Duse mette in scena la tragedia Francesca da Rimini di Gabriele D'Annunzio. In occasione della prima nazionale, il 9 dicembre, Il Giornale d'Italia decide di attribuire il massimo rilievo alla notizia incaricando ben quattro giornalisti di occuparsene. La terza pagina del 10 dicembre 1901 è una pagina a tema unico.

Dopo più di cent’anni, la situazione è decisamente diversa: ma com’è cambiato l’incontro tra giornalismo e cultura, anche oltre la tv, nell’era dei blog e del citizen journalism? Wlodek Goldkorn, responsabile del settore cultura dell’Espresso, non ha dubbi: «Non ci sono più giornali che fanno critica letteraria seria: questo ruolo è passato a internet, che da questo punto di vista è molto democratico. Sul cartaceo le pagine di cultura sono come quelle di politica: autoreferenziali e gestite in base ai rapporti d’amicizia. Spesso ci vengono vendute come migliori le cose che convengono, non quelle che sono migliori davvero».

Concorda anche Caterina Soffici che sul Riformista si occupa di cultura e attualità: «Oggi sembra che il giornalismo si possa fare solo on-line. E pensare che i primi giornali on-line nemmeno meritavano la cultura. Ora qualcosa sta cambiando, ma gli stessi difetti che si riscontrano nel cartaceo si ritrovano anche on-line. Ma la cultura ha un pregio: la lentezza dell’approfondimento. È l’unico campo che non possa inserirsi nell’on-line tout court, perché l’immediatezza di internet stride con la calma della cultura. Il lettore vuole la critica argomentata».

L’apertura al web, però, può anche essere letta come rischio, nel caso in cui l’informazione culturale diventi estremamente generalista. Giovanna Zucconi, giornalista di cultura per La Stampa e L’Espresso, è critica: «La parola “nicchia” viene usata in maniera sprezzante solo se riferita alla cultura». Le fa eco Goldkorn: «In un mondo sempre più specialistico, sempre più decontestualizzato, chi fa cultura è l’unico a potere portare avanti una visione globale e umanistica. Ma attenzione: c’è un evidente impoverimento delle firme sulle pagine culturali. Certo, esistono anche pagine decorose. In ogni caso, la figura dell’intellettuale va scomparendo, e il giornalista sta diventando più ignorante. Le pagine di cultura sono comunque, a tutt’oggi, le pagine più belle del giornale italiano, perché sono le più libere e creative».

Goldkorn parla delle pagine di cultura come prolungamento di quelle dedicate alla politica. È di poche settimane fa l’accusa mossa allo scrittore Roberto Saviano dal presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Il Cavaliere ha sottolineato che «la mafia italiana risulterebbe essere la sesta al mondo ma è quella più conosciuta perché film e fiction ne hanno parlato troppo, Gomorra compreso». La parola, ancora una volta, ancora più forte, conferma il suo potere di denuncia, quando ce l’ha. «La camorra distribuiva copie di Gomorra taroccate», ricorda la Soffici. E Goldkorn denuncia: «La cultura sta sostituendo la politica, come nei partiti comunisti. La classe dirigente non ha interesse a farla, la classe all’opposizione non ne sente il bisogno: tanto i suoi funzionari già li ha messi a posto. Tutti, ormai, ci mettono le mani e tentano di condizionarla».

Giulio Tremonti, attuale ministro dell’Economia, durante il comizio a Torino dello scorso 26 febbraio per la chiusura della campagna elettorale di Roberto Cota a Presidente della regione Piemonte, ha candidamente ammesso: «Noi siamo gente semplice. Poche volte ci capita di leggere un libro». Lapidario il commento di Giovanna Zucconi: «Oggi leggere un libro è davvero andare controcorrente, fare politica. La politica di oggi vuole che la cultura venga considerata snob e chic. Non è più strumento di dignità e crescita, anche a causa del fatto che tutte le notizie più noiose tendono a finire in cultura. Nella cultura, in effetti, non esistono notizie. Manca l’apertura, manca il riflettersi all’esterno: questo tipo di comportamento non c’è più in nessuno dei grandi media». Non è dello stesso avviso Caterina Soffici: «No, esistono le notizie in cultura, ed esistono non solo quando c’è il morto. Puoi approfondire argomenti partendo da temi d’attualità: queste sono le notizie. E lo sono anche le anticipazioni, magari per introdurre nuovi soggetti».

Secca la posizione di Massimo Gramellini, vice direttore della Stampa: «Le notizie sono le uscite dei libri, notizie create ad arte da chi le seleziona e le impagina. La critica, però, ha bisogno di estendersi in un ragionamento, scomparso da tutte le sezioni dei giornali. Si salva solo un po’ di analisi critica, per il resto è solo propaganda politica. E l’Italia ha due grandi deficit: primo, non ha un’opinione pubblica; secondo, il libro è diventato il nemico pubblico numero uno. Ormai si è ridotto a simbolo».

C’è anche la concezione della lettura come punizione. Ecco un altro atteggiamento che contribuisce ad avvelenare il clima culturale in Italia. Gramellini: «La lettura non è una condanna! Pennac scrive: “Sogno un mondo in cui la mamma dice al figlio: guarda tutto il programma televisivo e poi puoi leggere”. Non si dice più: “Se finisci di leggere un libro, puoi guardare la televisione”». E continua: «I libri mantengono viva l’immaginazione. Nel passaggio da libro a tv, così come in da canzone a video musicale, la fantasia ci rimette. Il muscolo dell’immaginazione va esercitato».

Forse, però, è tutto frutto di un’incomprensione, come sostiene Gramellini: «Una cosa è l’informazione culturale, che include mostre, cinema, teatro, libri. La cultura è ben diversa. È sguardo, linguaggio, tono, qualità, maniera di fare le cose. Un atteggiamento simile dovrebbe essere comune a tutte le pagine del giornale, non solo prerogativa dell’informazione culturale».

  • Ambra Notari

     

 


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