«Comprate terra, non la fabbricano più». Sembra che in molti lo stiano ascoltando, questo consiglio di Mark Twain. La corsa alla terra è uno degli affari più cospicui del momento: solo tra il 2008 e il 2009 sono stati venduti 45 milioni di ettari di terra arabile, pari a una volta e mezza la superficie dell’Italia. L’“accaparramento della terra” si chiama landgrabbing: questa attività di investimento sta coinvolgendo Paesi, compagnie e gli hedge funds di tutto il pianeta. Non si può parlare, questa volta, di un’attività che esiste da sempre e che solo ora sale alla ribalta dell’informazione: prima del 2008 venivano convertiti a coltivazione meno di quattromila ettari all’anno. Cos’è successo nel mentre?
La crisi alimentare. Era l’aprile del 2008. A Ginevra il Doha Round si stava per concludere con un fallimento. I mercati finanziari erano impazziti sul prezzo di grano, mais e materie prime a causa delle poche riserve disponibili. Nel giro di pochi mesi tredici Paesi (tra cui Argentina e Russia) applicarono forti misure protezionistiche, per garantire la copertura dei propri bisogni alimentari, e in molti Paesi in via di sviluppo scoppiarono rivolte e tumulti per la fame. Sta succedendo anche in questi giorni, nonostante, in tutto il mondo, le riserve di grano si siano leggermente rimpolpate (del 20% secondo The Guardian). La sicurezza alimentare di diversi popoli è a rischio, e questo causa rivolte e forte preoccupazione anche nei Paesi importatori (tra cui dal 2008 si annovera anche la Cina). Allo stesso tempo aumenta la domanda di cibo, per la crescita della popolazione mondiale, e quella di materie prime come il grano, usato ora anche nella produzione di agro carburanti. Incidono anche i cambiamenti dei costumi: l’aumento della richiesta di carne da parte di Paesi emergenti come la Cina incide pesantemente sull’uso dei cereali per il bestiame: secondo la Fao, il 36% della produzione cerealicola mondiale viene oggi destinato all’allevamento. La Fao stima che per soddisfare la fame nel mondo la produzione agricola, da sola, dovrebbe aumentare del 70%.
Jim Rogers, noto analista finanziario, è convinto che «l’agricoltura sarà l’affare della nostra vita». Gli Stati più coinvolti nella vendita di terreni coltivabili sono quelli dell’Africa sub-sahariana, Etiopia per prima. Solo negli ultimi anni, l’Etiopia ha venduto più di 7 milioni di ettari del suo suolo a imprese straniere, che agivano in proprio o per conto di Stati come gli Emirati Arabi, la Cina e alcuni Paesi Europei. Riuscire a reperire dati e statistiche di queste transazioni è molto difficile, perché tutti i negoziati sono bilaterali e assai poco trasparenti. Ne è un esempio lo scioccante caso del Madagascar, i cui abitanti sono venuti a sapere da un articolo del Financial Times che la Daewoo Logistic stava per comprare un milione e mezzo di ettari del suolo malgascio per produrvi grano e olio di palma. La notizia causò fortissime tensioni sociali sfociate in un colpo di Stato, che destituì il presidente per portare in carica, nel marzo del 2009, Andry Rajoelina. Il nuovo presidente subito sospese la trattativa con la compagnia sud-coreana. Franca Roiatti, autrice di un libro dal titolo Il Nuovo Colonialismo, racconta di aver incontrato il direttore del fondo sovrano di Abu Dhabi, uno dei fondi di investimento più ricchi del mondo. Alla domanda sul perché gli Emirati corressero all’acquisto di appezzamenti di terra in Africa, il direttore rispose: «Arriverà un momento in cui anche moltissimi soldi non potranno comprare l’unica cosa che serve veramente: il grano. La terra è un investimento concreto e necessario, oggi».
Il landgrabbing, in termini puramente finanziari, potrebbe essere una risorsa per Paesi poveri come l’Etiopia. Le compagnie potrebbero garantire lo sviluppo tecnologico e infrastrutturale, la creazione di posti di lavoro, l’aumento del gettito fiscale, come promettono spesso alla firma dei contratti. Purtroppo, come fa notare nei suoi studi l’economista milanese Eliana La Ferrara, le negoziazioni avvengono in modo iniquo. Al momento dell’offerta, per accaparrarsi investitori stranieri ad ogni costo, governi, spesso corrotti, scelgono di svendere il territorio e di garantire privilegi fiscali che vanificano le possibilità di crescita. I prezzi con cui vengono vendute le terre dell’Africa sub sahariana sono imbarazzanti: in Etiopia si parla di cifre fra i 3 ai 10 dollari all’ettaro, in Mozambico si arriva a sfiorare lo zero. Inoltre gli stati sovrani, con un potere contrattuale molto debole rispetto ai capitali esteri, non riescono a mantenere il controllo sulla terra che cedono, magari per più di 90 anni, e che spesso viene lasciato all’abbandono in attesa di futuro bisogno.
In questi mesi l’International Land Coalition si sta battendo perché gli organismi di governance internazionale prendano posizione sul problema, e cerchino di costruire alleanze tra i Paesi africani perché possano gestire in modo più equilibrato le contrattazioni con i fondi d’investimento e le compagnie estere. Servono controlli, regole, obblighi di trasparenza. La produttività agricola dell’Africa, ora bassissima (al di sotto del 25% del suo potenziale) deve aumentare, ma in modo omogeneo e vantaggioso per le comunità e le tribù locali, spesso proprietarie, senza documenti, della terra che viene svenduta.