La Somalia non è più un vero Stato dal 1992, quando cadde il regime di Siad Barre. Gli analisti, ormai, parlano di “spazio somalo” e non più di Somalia. A Nord, affacciato sul golfo di Aden, c’è il Somaliland, un lembo di terra lungo 460 miglia, indipendente de facto dal 2001, assolutamente pacifico, ma ancora orfano del riconoscimento internazionale. Dall’estrema punta del Corno africano fino a Gaalkayo, circa 400 km più a Sud, si estende il Puntland: una regione autonoma mai dichiaratasi indipendente ma più stabile e pacifica rispetto al resto del Paese. Più a Sud, la terra di nessuno, con Mogadiscio capitale. Il teatro del conflitto fra il debole governo di transizione federale e l’Islam radicale di Al Shaabab e Hizbul Islam.
16 maggio, Mogadiscio. Il Parlamento somalo è riunito in una seduta a porte chiuse. Non accade dal dicembre 2009. Dall’esterno si sentono le grida dei deputati. In 280 hanno votato a favore di una mozione di sfiducia contro il premier Omar Abdirashid Sharmarke, a cui viene addossata gran parte della colpa per i fallimenti politici del fragile governo di transizione federale (Tfg). Ma il presidente Sheikh Sharif Sheikh Ahmed, l’indomani, dichiara: «Il premier resta al suo posto». Perciò, chi paga alla fine è il principale sponsor della mozione, lo speaker del Parlamento Sheikh Aden Madobe, sostituito ad interim da Haji Shukri Sheikh Ahmed.
È la più pesante crisi politica da quando Sheikh Sharif Sheikh Ahmed è stato eletto presidente, nell’ottobre 2009, a seguito della conferenza di pace di Gibuti. Il segretario di Stato americano Hillary Clinton, nell’occasione, definì il politico la «più grande speranza della Somalia». «Si pensava di poter estrarre un elemento islamico moderato che garantisse stabilità ma che sapesse cambiare anche volto allo Stato», spiega Luca Ciabarri, ricercatore del Max Plank Institute. «Ahmed è giovane e prometteva bene. Il problema è che non ha saputo creare un governo centrale unito. Il power sharing è ancora su base clanica e continua ad escludere molti gruppi. Ha cercato di cooptare membri dei gruppi più estremisti ma finora con poco successo». Lo spazio somalo continua ad avere confini disegnati sulla sabbia, che cambiano alla prima folata di vento. È un puzzle complesso, che può essere interpretato seguendo due piani di lettura.
«La prima chiave d’interpretazioni del conflitto è la suddivisione clanica – dice il ricercatore dell’Università di Trieste Federico Battera –. Dal 1992, lo spazio somalo è occupato da leader locali che, con i loro clan, si contendono piccoli centri di potere». «La seconda – prosegue – è invece la chiave di lettura religiosa. L’instabilità politica c’era già con le Corti islamiche a metà degli anni ’90. Nacquero da una metamorfosi dell’Islam che si stava politicizzando e voleva acquisire maggiore potere. A loro volta, tra le Corti islamiche si è consumato un conflitto per far prevalere una particolare visione di questo Islam politicizzato». Sharif Ahmed è un sufi, un esponente dell’Islam mistico e intellettuale, moderato. Al Shaabab e Hizbul Islam, al contrario, ne rappresentano il volto violento, jihaidista. Fra le due organizzazioni terroristiche, dal 2007, è in corso una guerra per il potere. Secondo l’interpretazione di Federico Battera, la radice del conflitto è generazionale: Al Shaabab, “i giovani” in arabo, «è un gruppo di giovani militanti il cui obiettivo è ribaltare il governo di transizione ma che non ha una vera ideologia alternativa».
Hizbul Islam, il cui significato arabo è “il partito islamico, «è un’organizzazione che affonda le sue origine in Al-Itihaad al-Islamiya, un movimento che operò in Somalia negli anni’90». Al Shaabab oggi è molto più potente dei rivali e ha la sua roccaforte a Kismayo, l’estremità meridionale del Paese. Ha anche fatto adottare la sharia più radicale in certi quartieri di Mogadiscio. Si pensa che l’organizzazione abbia una stretta collaborazione con Al Qaeda. «L’ipotesi è più che plausibile», afferma Luca Ciabarri del Max Plank institute. «È acclarato ormai che molti miliziani di Al Shaabab si sono formati in campi di addestramento di Al Qaeda. È sbagliato, però, credere che il terrorismo internazionale abbia inglobato Al Shaabab. Esiste una relazione reciproca, da cui Al Shaabab trae vantaggi economici, mentre Al Qaeda trae un vantaggio a livello d’immagine e di impatto globale».
Per certi versi, oggi la Somalia assomiglia all’Iraq. Il governo centrale ha abdicato le sue funzioni, lasciando che siano i signori della guerra a spartirsi il potere. «In Iraq, però, la conformazione clanica è stabile: le comunità sono tre, sunniti sciiti e curdi - chiosa Federico Battera -. Invece in Somalia la conformazione dei gruppi non è strettamente di base etnico-religiosa. I clan hanno fisionomie diverse».
Mentre a palazzo ci si contende un potere apparente, per le strade di Mogadiscio si è tornato a sparare. Al Shaabab e le truppe di peacekeeping dell’Unione africana (Amisom) hanno avuto un conflitto a fuoco il 19 maggio, per il controllo dell’area portuale di Bakara. Il 20 maggio è morto un peacekeeper ugandese, insieme a due civili mentre tre sono i feriti. Il bilancio totale degli scontri parla di 24 morti e decine di feriti. Intanto, il 21 maggio si è aperta una nuova conferenza a Istanbul, sotto l’egida dell’Onu. Ma a Mogadiscio, la pace sembra sempre più un miraggio.