"Papà, perché a scuola dicono che sei un infame?". Domenico Luppino, sindaco di Sinopoli, in un pomeriggio del 2005 ha scoperto di non saper rispondere alla domanda di sua figlia, sette anni. Qualche giorno dopo, i due figli e la moglie si sono trasferiti a Reggio Calabria, per mettersi al sicuro dalla ‘ndrangheta. Il 21 novembre, a due settimane dall’omicidio del vicepresidente del consiglio regionale Francesco Fortugno, a Sinopoli i consiglieri di Luppino si dimettevano in blocco.
In mezzo, tra la vittoria elettorale nel 2002 e le dimissioni, tre anni e sei attentati. Senza contare le lettere di minaccia ricevute prima delle elezioni. E dopo la vittoria le cose sono ulteriormente peggiorate. "Gli attentati sono iniziati quando mi sono rivolto a magistratura e forze dell’ordine per denunciare le irregolarità negli appalti dei lavori pubblici".
A qualche mese dall’elezione, i clan hanno sparato a un dipendente comunale. Poi tre pallottole hanno sfiorato un ingegnere del comune che lavorava con Luppino per impedire l’infiltrazione delle cosche negli appalti. Da allora, l’ingegnere non si è più presentato al lavoro. In seguito è esploso un ordigno nei campi di proprietà del sindaco, e a febbraio 2003, mentre era a Roma, ha ricevuto una telefonata. "Avevano fatto esplodere la tomba di mio padre, a Sinopoli. E’ stata una barbarie. Lì ho pensato di dimettermi. La rabbia non mi faceva stare meglio, ma mi dava forza". Le intimidazioni però non sono finite.
Sono stati bruciati 600 ulivi della sua azienda agricola. Luppino ha continuato a lavorare, ha puntato i riflettori sulle zone d’ombra dell’edilizia, ha ordinato sequestri di immobili delle ‘ndrine. Girava sempre con la scorta, che gli era stata assegnata dopo l’attentato alla tomba del padre. E con la scorta stava controllando i lavori nella sua proprietà agricola, in una mattina d’autunno, quando ha trovato il suo pastore tedesco accucciato tra gli ulivi: morto avvelenato. Un mese dopo è stato ucciso Francesco Fortugno, a Locri. I consiglieri di Luppino hanno dato le dimissioni, motivandole con problemi famigliari e di salute. Anche Luppino si è dimesso, ma è rimasto a Sinopoli a gestire la sua azienda agricola, mentre la moglie e i figli si erano già trasferiti a Reggio Calabria.
L’ex sindaco non porta rancore per i suoi consiglieri. "Quando parlavo nessuno mi dava torto. Però c’era il problema della gente, quelli che in campagna elettorale mi davano pacche sulle spalle. Le persone approvano la lotta alla criminalità. - spiega l’ex sindaco- Ma non possono appoggiare chi si schiera contro i clan. Perché qui ogni mattina ci si mette una maschera. La mafia si combatte di nascosto".
Domenico Luppino vive ancora a Sinopoli, nei fine settimana va a trovare la famiglia a Reggio. La paura di morire è un pensiero fisso. "Qui bastano 500 euro per assoldare un killer, ma se qualcosa deve succedere, succederà. Non mi sento sconfitto dalla mafia: la mafia ha già vinto, almeno fino a quando non ci sarà la volontà di sconfiggerla. E non basta sostenere i ragazzi di Locri, la lotta devono farla gli adulti. Io, da sindaco, volevo semplicemente rendermi utile".
"In Calabria la disoccupazione è al 35%. Nel porto di Gioia Tauro ci sono interi capannoni vuoti, che non ospitano nessuna attività produttiva. In tutta la regione ci sono ettari di campi incolti. Ma passeggiando per i paesi ci si accorge che il tenore di vita è molto elevato. Basta questo per capire la ‘ndrangheta. Lo Stato si mette la coscienza a posto organizzando convegni e misure d’urgenza, ma finite le passerelle il problema rimane e si resta soli - conclude Luppino -. I politici? Sono presenti alle manifestazioni e assenti in tutto il resto. Non li vorrei mai al mio funerale".