Shirin Neshat, quelle donne senza uomini


 

Una storia corale, quattro donne di estrazioni sociali diverse che dovranno salvarsi da un destino già scritto dai propri padri e fratelli. Un viaggio verso nuovi orizzonti e nuove coscienze descritto in Donne senza uomini, primo lungometraggio della regista iraniana Shirin Neshat che uscirà nelle sale italiane il prossimo 12 marzo e che è liberamente ispirato al romanzo omonimo di Shahrnush Parsipur. 

Tutto ha inizio nella Teheran del 1953 dove è in atto il conflitto per la nazionalizzazione inglese della compagnia persiana Anglo Iranian Oil Company. Tra i dissidenti c’è anche Munis, giovane donna appassionata di giornalismo e politica che decide di vestire all’occidentale e dedicarsi all’attivismo politico, ribellandosi all’isolamento impostole dal fratello-padre padrone. Lo stesso giovane di cui è innamorata Faezeh, migliore amica di Munis, la quale sogna una vita senza grandi pretese al fianco dell’uomo che ama, ma i cui sogni verranno presto infranti dalla realtà: verrà stuprata da due sconosciuti.

Un’onta che non potrà essere lavata e che la costringerà a fuggire via dal Paese per trovare l’esilio da un peccato che non ha commesso volontariamente. Ma accanto alla sfortunata e passiva esistenza di Faezeh si muovono realtà peccaminose, quali quella del bordello di Teheran. La prostituta Zarin, creatura androgina e filiforme, non distingue più i volti degli uomini che abusano di lei e decide di fuggire. Un giardino incantato sarà il luogo dove potrà ritrovare un contatto mistico con la propria natura e con la realtà. 

Proprio il concetto di giardino occupa una posizione centrale nella letteratura mistica delle tradizioni persiana e islamica dove si fa riferimento al giardino come allo spazio dell’esilio. Ad accoglierla sarà Fakhiri, moglie insoddisfatta di un generale, che deciderà di mollare la vita di lussi e dolori per andare a vivere in una casa di campagna. Una rifugio cui giungerà, cercando aiuto e consolazione, anche la smarrita Faezeh.

Le tre donne lasceranno la città per ritrovarsi in un onirico frutteto fuori da ogni spazio, dove dimenticare i soprusi, la sopraffazione, la violenza, il suicidio, lo stupro e ricostruire una famiglia. Ma fuori da quell’Eden, la storia avanzerà in maniera brutale. Un golpe organizzato dalla Cia destituirà il primo ministro democraticamente eletto, Mohammad Mossadegh, e restaurerà lo Shah al potere.  

Una vicenda tragica e ciclica che non assegnerà alcuna vittoria alle donne che hanno deciso di scegliere l’indipendenza da una tradizione patriarcale e maschilista cui non vogliono piegarsi. Nel film della della Neshat non c’è speranza di ricreare una vita alternativa in cui prevalga l’uguaglianza e il diritto, non c’è possibilità di riscatto per le donne che decidono di vivere senza uomini. 

Una ciclicità senza fine che non porta rinnovamento ma che è destinata a ripetersi nella prevaricazione ai danni delle donne e nella predominanza di una cultura maschilista. Ma che almeno nella morte restituisce quella quiete di cui la Teheran del 1953 non potè godere. La stessa libertà cui - forse - non sono tragicamente avvezze nemmeno le iraniane dell’era Ahmadinejad.

  • Giuditta Avellina

     


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