La fantasia, questa volta, non è lontana dalla realtà. Il giorno senza immigrati immaginato da Vladimiro Polchi, nel suo Blacks out. 20 marzo, ore 00.01, un giorno senza immigrati (Laterza 2010), potrebbe davvero coinvolgere le nostre vite. Se solo, il prossimo primo marzo, i quattro milioni e mezzo di immigrati presenti in Italia decidessero di non andare a lavorare, per protestare contro un paese che non ne riconosce il valore, nonostante la comunità contribuisca per il 9,7% al Pil nazionale. La differenza è che, nel libro di Polchi – giornalista di Repubblica, impegnato nei temi dell’immigrazione –, lo sciopero dei migranti non è preannunciato. Non se ne conoscono l’origine, la causa né, tanto meno, la durata. In realtà, all’inizio, non si capisce neanche perché, all’improvviso, una mattina, la città si sia paralizzata, nelle case, nelle fabbriche, nei cantieri. Da qui, l’indagine conoscitiva del giornalista Valentino Delle Donne, per capire cosa stia accadendo. Il risultato è un giallo giornalistico che al piacere di una narrazione vivace accompagna la presentazione di numeri, percentuali e dati che registrano una forza lavoro talmente inserita nei gangli del nostro paese, da diventarne un elemento vitale.
L’idea del libro ha preceduto la mobilitazione francese e quella, successiva, italiana?
L’idea del libro è del marzo 2009, mentre l’iniziativa francese nasce solo nel settembre dello stesso anno. Durante la stesura del libro, dagli incontri con le associazioni, è scaturito il desiderio di passare dalla finzione alla realtà. È nato così un comitato, che ha preso dal libro il nome e la data, con il proposito di organizzare, più che una giornata di sciopero, una sorta di mobilitazione, attraverso la promozione di diverse iniziative. Poi, verso novembre, è sorto un secondo movimento, su Facebook, connesso con la Francia, e che ha scelto il primo marzo come data di mobilitazione. I due gruppi si sono dati un coordinamento centrale pur senza rinunciare alle rispettive date. In questo momento, il movimento del primo marzo è senz’altro quello più organizzato; ma l’intento comune è fare del mese di marzo un mese all’insegna dell’antirazzismo.
È realistico lo sciopero descritto nel libro?
Non accadrà mai. Uno sciopero degli immigrati non è possibile, perché gli immigrati non costituiscono un corpo sociale unito e perché, spesso, sono ricattabili. Si è trattato di una provocazione letteraria, di una formula narrativa per interessare il maggior numero di italiani alle problematiche legate all’immigrazione. Eppure non credo ci sia finzione nella paralisi descritta nel libro, paralisi che credo si determinerebbe se tutti i lavoratori stranieri si fermassero per un giorno. Questo perché, ormai, i migranti sono entrati nelle pieghe del nostro vivere.
Gli immigrati si mobilitano per ottenere cosa? Nel libro si parla di diritto al voto amministrativo.
Il voto amministrativo sarebbe qualcosa di simbolico, ma non è certo tra le priorità degli immigrati. Il loro vero nemico è la burocrazia, con sue le lunghissime pratiche per ottenere i permessi di soggiorno o i riconoscimenti del titolo di studio. Iter complessi e spesso fallimentari. È per questo che gli immigrati specializzati vanno in altri Paesi, come l’Inghilterra o la Germania; perché noi non offriamo alcuna corsia privilegiata, trattiamo tutti nello stesso modo.
Siamo un paese razzista?
Più immigrati creano più competizione nel mercato del lavoro e nella società. Si pensi, ad esempio, alle case popolari assegnate a famiglie di immigrati con redditi più bassi rispetto a quelle italiane. Ma è una competizione che non chiamerei razzismo. Il nostro non è un paese a maggioranza xenofoba.
Perché non si deve usare la parola “clandestino”?
Perché è sbagliata. Perché indica qualcuno che ha violato la legge, mentre, la gran parte delle persone che arrivano sulle nostre coste ha diritto a qualche forma di protezione umanitaria. Quindi, gli uomini e le donne che arrivano qui, non vengono a commettere un reato, ma a esercitare un diritto. Bisogna prestare più attenzione al linguaggio e utilizzare una terminologia corretta, parlando di irregolari o di richiedenti asilo.
Quanto c’è di lei in Valentino Delle Donne?
Diciamo un buon cinquanta per cento. Vivo nel suo stesso quartiere, la Garbatella e, come lui, mi occupo di immigrazione per un giornale importante. Ma, al contrario di Valentino, che è un precario, io ho un buon contratto. Ho voluto inserire il tema del precariato perché è uno dei problemi più importanti del giornalismo di oggi ma, nonostante ciò, l’ordine professionale sceglie di non occuparsene.
Il libro si chiude con una polemica velata su un certo modo di fare giornalismo.
È indubbio che l’immigrazione sia stata sfruttata dal mondo dalla comunicazione con una logica emergenziale e di sicurezza. Questo, per fortuna, accade sempre meno, e i giornalisti iniziano a porre più attenzione sulla normalità dell’immigrazione e dell’integrazione. Ma c’è sempre una parte della politica e della comunicazione che si nutre ancora della logica della paura, per prendere voti e per vendere giornali.