“Siamo tutti Mandela, abbiamo tutti un sogno da realizzare”. Per molti africani questo sogno si chiama calcio, l’unico legame che hanno con il resto del mondo, l’unica speranza per andare lontano. In realtà, solo il 5% degli aspiranti calciatori riesce a giocare da professionista. Gli altri rimangono a palleggiare sui campi di terra, con palloni fatti di stracci e ferri, due bottiglie di birra per delimitare una porta e un gigantesco albero come spogliatoio.
L’Africa nel pallone: una mostra fotografica la racconta attraverso venti scatti di fotografi italiani e stranieri. L’esposizione è stata inaugurata a Milano, al Festival del Cinema Africano, d’Asia e America Latina che quest’anno ha dedicato spazi e iniziative ai Mondiali di Calcio del 2010 in Sudafrica. Spiega Marco Trovato, coordinatore della rivista Africa realizzatrice della mostra: «Abbiamo chiesto a giornalisti fotografi che lavorano in Africa da anni di offrirci alcuni dei loro scatti per attirare l’attenzione dei media sui problemi di cui di solito non si parla, prediligendo in alcuni casi il contenuto all’aspetto estetico della fotografia». Poi Trovato ci parla dei Mondiali: «Sicuramente saranno una vetrina importante per il Sudafrica che potrà far vedere come anche gli africani sono in grado di organizzare qualcosa. Ma il continente è talmente vasto che non ci si deve dimenticare delle diverse problematiche da paese e paese. Più che di aiuti l’Africa avrebbe bisogno di investimenti imprenditoriali e da questo punto di vista si spera nelle imprese occidentali».
Nel 1995 il Sudafrica era riuscito a fare un passo in avanti con uno sport dove la prima regola è passarsi la palla all’indietro: il rugby e Mandela avevano rappresentato la fine definitiva dell’apartheid nell’ex-colonia inglese. “Il rugby è uno sport per selvaggi giocato da gentiluomini, il calcio è uno sport da gentiluomini giocato da selvaggi” si diceva per discriminare i neri. Ora che tutti giocano a calcio e che le squadre di tutto il mondo si riuniranno proprio in Sudafrica, il continente spera in un assist perfetto. Forse la palla non entrerà in rete subito, ma intanto il gioco è iniziato.
La povertà, i conflitti, le superstizioni religiose, la criminalità sono tutti ostacoli da superare. I bambini cambiano ogni giorno il posto in cui giocare a seconda di dove si spostano i combattimenti, i giocatori approfittano delle trasferte per sfuggire al controllo del loro governo e chiedere asilo politico, i profughi si ricavano un campo di gioco tra le tende.
Ma i drammi possono anche trasformarsi in opportunità: c’è la squadra di calcio tanzanese degli africani albini, prima emarginati o sacrificati in nome di antiche credenze, la squadra dei mutilati di guerra dove, in Liberia, si può giocare anche senza un braccio o una gamba, la squadra degli ex-miliziani che hanno aderito al piano di pace in Nigeria, c’è chi, alla fine, ce la fa davvero e torna ad aiutare il proprio paese. Come Appiah e Vieira, che fanno parte dei 20 giocatori africani tesserati nella serie A italiana.
C’è ancora la speranza che permette di divertirsi con in testa un makarapas, - un caschetto da cantiere che si trasforma in copricapo da tifoseria - e con in bocca una vuvuzela, per soffiarci dentro il proprio tifo, o il proprio grido, così diverso e fastidioso, ma in fondo così africano.
Carlotta Garancini