1954. L'agente federale americano Teddy Daniels (Leonardo di Caprio), con il suo fido compagno Chuck Aule (Mark Ruffalo), approdano a Shutter Island, per indagare su una misteriosa scomparsa di una donna infanticida. Il dottor Cawley (Ben Kingsley) e i vari infermieri interrogati sostengono che la madre assassina si è dileguata dalla sua stanza senza lasciare alcuna traccia, ma l'agente pare nutrire fin dall'inizio forti sospetti sulla gestione del manicomio. Un uragano costringe i due agenti a protrarre il soggiorno sull'isola, durante il quale le indagini proseguono e particolari sempre più inquietanti emergono. Intanto Daniels ha forti emicranie, curate da continue pillole bianche. Improvvise visioni della moglie e dei figli si contrappongono a immagini del campo di concentramento di Dachau. Le indagini portano alla ricerca di un numero, di una persona che lo rappresenta: chi è il numero 67?
Attraverso una spirale di ricordi, immagini, paure, visioni, Scorsese accompagna per mano lo spettatore e l'agente facendolo schierare dalla parte del giusto, del bene, della ricerca della verità. Fino alla fine. Ma qui si interrompe il percorso: scale a chiocciola, spirali enfatizzate lasciano la linearità del racconto per condurlo lungo meandri ben più tortuosi e profondi.
L’analisi del film già potrebbe arrestarsi a questo primo strato, in cui l'onestà narrativa conduce ad un epilogo annunciato già a metà film e che, probabilmente, lo spettatore più attento avrà intuito assai prima, grazie ad indizi piazzati ad arte qua e là. Shutter Island, come gothic novel, tratto dal romanzo di Lehane, predilige l'ambientazione claustrofobica, la penombra, il buio, la luce fioca dei fiammiferi, i sotterranei delle prigioni, le celle con personaggi inquietanti.
Martin Scorsese cura scrupolosamente e dettagliatamente la dimensione estetica della regia, avvalendosi dell'eccellente fotografia di Robert Richardson e delle sontuose scenografie di Dante Ferretti e di Francesca Lo Schiavo. Alterna con sapienza inquadrature panoramiche e campi lunghi a lente soggettive che introducono il protagonista e il pubblico all'interno degli ambienti. In questo caso l'angolo dell'inquadratura è sempre dal basso verso l'alto, e suggerisce così un senso di incombenza e di minaccia tanto dei luoghi quanto delle persone e rafforza il senso di claustrofobia già insito nelle scenografie.
Per enfatizzare questo senso di oppressione, la regia ricorre anche ad inquadrature dall'alto, perpendicolari agli elementi dell'azione. Gli elementi tematici che entrano in gioco sono tanti, forse troppi: l'eugenetica, il nazismo, il comunismo, il maccartismo, la scienza che assurge a religione, lavaggio del cervello, manipolazione delle coscienze, i complotti di stato. Quello che resta, però, una volta svelato il mistero, è un altro elemento: la dicotomia fra la realtà e la percezione della stessa. L'intento di Scorsese è quello di mostrare un uomo intrappolato dall'impossibilità di aderire alla realtà, alla realtà degli altri. Ma qual è la realtà? L'impossibilità di aderire al sistema della verità condivisa è la realtà. La vera follia forse non è nel protagonista. E non diversamente da Amleto, l'uomo folle è l'uomo che dice la verità.«Cosa sarebbe peggio: vivere da mostro o morire da persona per bene?».