Sandro Veronesi, una scrittura ad alta intensità


Sandro Veronesi è un antidivo per eccellenza. Lo si vede da come scrive, lo si vede dalle rare interviste che concede ai giornali, dal fatto che è difficile trovarlo nei talk show della domenica. E poi, anche durante le presentazioni del suo ultimo libro, Baci scagliati altrove, appena uscito per Fandango in tutta Italia, replica con un sorriso timido a ogni occasione di contatto, a ogni complimento. Quasi a volersi scusare di esser stato riconosciuto.

Certo è che Veronesi potrebbe permettersi qualche capriccio da divo, vista la carriera solida che ha alle spalle (premio Campiello per La forza del passato, Strega per Caos calmo). Adesso con Baci scagliati altrove - una raccolta di quattordici racconti - sfida ancora la critica che lo ama sempre più: stavolta nessuno ha esitato a definirli “capolavori”.

Ma, per una volta, Veronesi non si schermisce e ammette questo successo: «Effettivamente la narrazione in forma di racconto mi garantisce da sempre consensi unanimi. Succedeva anche quando mi occupavo di reportage. Curiosamente, con l’attività di romanziere, che è quella per cui sono più famoso, non ho mai fatto il pieno di apprezzamenti». C’è chi, come il critico Antonio D’Orrico, ha definito il racconto Profezia, che apre la raccolta, “la cosa più bella della letteratura italiana da molte stagioni”. E Sandro risponde: «Ho la velleità di raccontare, attraverso i mezzi della narrativa, alcune zone d’ombra della psiche umana. L’umanità che emerge da questi racconti è un’umanità a ‘bassa intensità’, che vive con distacco gli eventi che accadono nel mondo. Accade però un episodio, un evento particolare nella vita, che porta il protagonista a sentirsi nuovamente al centro dell’universo».

L’evento è il lutto e, nel caso nell’autore, la morte del padre. «L’elaborazione del lutto, così frequente nelle mie narrazioni, oppure l’esperienza della paternità, sono episodi-chiave nella vita di un uomo, perché riportano la sua esistenza a un livello di ‘alta intensità’». L’uomo, per Veronesi, non può mai essere solo: «Solitario sì, ma solo non è possibile. Solitario era il partigiano Pietro Ingrao che ho conosciuto e intervistato: in tempo di guerra attendeva con pazienza gli ordini dai suoi superiori, in un casolare abbandonato. Senza nemmeno un libro da leggere - e pensa che patimento, per un intellettuale come lui! -, accettava con abnegazione il suo status di solitudine. Quella è la solitudine di un uomo aperto al mondo, la solitudine di un’esistenza ad alta intensità».

Ma si può immaginare una trasposizione cinematografica di questi racconti, come è avvenuto per il riuscitissimo Caos calmo? Veronesi sembra avere atteso la domanda. «Mi sembra che questi racconti vivano solo di vita propria, non riesco a immaginarne un passaggio al cinema. Soltanto Quel che è stato sarà potrebbe funzionare, ma bisogna lavorarci un po’ su». Chissà se anche il patron di Fandango, Domenico Procacci, potrebbe pensarla allo stesso modo.

  • Francesco Mattana


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