Quando si pensa alla carriera di un giornalista come Sandro Ruotolo, inviato speciale e ora vicedirettore di Servizio Pubblico la prima parola che viene in mente è “fedeltà”. Fedeltà al pubblico; fedeltà a un certo modo di fare la professione; fedeltà a una persona, Michele Santoro, con cui ha iniziato a lavorare nel 1988 in Samarcanda e che ha seguito sino ad ora, lasciando la Rai per l’ultima avventura televisiva, che definisce «un’esperienza straordinaria».
La carriera di Ruotolo inizia a diciannove anni, nel 1974, al Il Manifesto. Dopo sei anni, arriva l’assunzione in Rai, nella redazione campana del Tg regionale. Il seguito è una vita da inviato, arricchita da numerosi premi e riconoscimenti. Tra gli ultimi, quello ricevuto dai partigiani dell’Anpi, il 25 aprile del 2010 e il premio Renato Benedetto Fabrizi per “l’impegno profuso nella denuncia dell’illegalità”. Impegno che, due anni fa, è stato “laureato” con una lettera anonima, condita da minacce di morte.
Cos’è Servizio Pubblico?
È un’esperienza che segna una svolta alla mia carriera. Abbiamo creato qualcosa che non ha precedenti, un prodotto giornalistico “senza carta e senza canale” che sfrutta una nuova piattaforma costituita da Internet, tv satellitari e regionali. Abbiamo dovuto reinventarci editori, occupandoci sia dell’aspetto imprenditoriale che dei contenuti. Abbiamo coinvolto anche il pubblico che ci ha aiutato in modo sorprendente. I donatori sono stati oltre 100mila.
Il 12 giugno 2010 ha ricevuto il premio Gallo d’Oro “per le coraggiose denunce e la puntuale informazione sullo scempio ambientale dei territori della regione Campania”. Qual è il rapporto tra un giornalista e la sua terra d’origine?
È un rapporto d’amore. Amare la propria terra significa necessariamente raccontare ciò che non va. Ricordo ancora quando negli anni ’80, credo per Samarcanda, intervistai Paolo Borsellino. Lui mi disse: “Proprio perché si ama la propria terra bisogna combattere la mafia”.
Il giornalismo televisivo attraversa cambiamenti epocali.
Penso che i nostri nipoti studieranno questo nostro ultimo ventennio come esempio di pieno regime mediatico. La televisione è cambiata in peggio perché l’affermazione del potere politico berlusconiano, con il suo conflitto d’interessi, l’ha resa “semilibera”. Ci vorranno alcuni anni perché l’informazione televisiva torni ad essere un serio cane da guardia del potere. La rete, il web è la nostra nuova opportunità, un canale di libertà. Se fossimo stati cacciati dalla Rai dieci anni fa non saremmo riusciti ad organizzare quello che abbiamo raggiunto adesso con Servizio Pubblico. Le stesse televisioni regionali non appartengono ad editori puri, quindi ci sono sempre alcuni limiti. Una delle poche eccezione è Telelombardia, il cui imprenditore è legato solamente al circuito dei media.
Dal blog personale a Facebook e Twitter, anche Sandro Ruotolo ha scoperto i social network.
Sono entusiasta di questi nuovi mezzi, e mi diverto pure, anche se ormai ho una certa età. Ho abbandonato il blog perché Facebook permette un rapporto alla pari, un’interazione continua, mentre il blog è più freddo. Certo, sono convinto che non bisogna eccedere, ma, ad esempio, non sono d’accordo con l’idea che i social network generino solitudine. Basta pensare alla loro importanza nel coordinamento di movimenti come la rivoluzione dei gelsomini, gli indignados, il Popolo viola. La rete e i social network non fanno la Rivoluzione, ma sono uno strumento con cui coinvolgere il pubblico. Rispetto alla crisi dei partiti e degli spazi aggregativi nella società italiana, prima la televisione e poi i social network sono diventati i luoghi virtuali in cui far circolare il pensiero. Oltretutto, qui trova spazio anche la contro-informazione che, a parte certe cantonate, è spesso foriera di notizie utili e genuine. Si pensi alla Siria: è da Twitter che arrivano nel mondo libero le notizie sulle uccisioni di attivisti e civili. Rispetto alla Guerra del Golfo, dove c’erano solo i giornalisti embedded, ora telefonini e social network sono il simbolo della lotta alla censura.
Considerando l’interesse suscitato dalle sorti di Report, ritiene che ci sia un risveglio del giornalismo d’inchiesta in Italia?
Sì, anche perché mai come in questo periodo c’è bisogno di un mediatore. Internet è un mezzo orizzontale: non c’è fatto di cronaca che non abbia un riscontro e ci sono troppe fonti. Serve un giornalista che capisca e metta ordine nella confusione, come quando è esploso il caso di Wikileaks. A livello televisivo, c’è chi continua a fare inchieste con grande professionalità, come Report o Presa Diretta. Noi tentiamo di unire l’approfondimento d’inchiesta al talk show e al dibattito. Certo, le inchieste hanno costi molto alti. Ma bisogna capire che in televisione sfondi quando c’è contenuto e qualità nel girato. È difficile coinvolgere gli spettatori se fai riprese solo con i telefonini o se l’audio di un’intervista non è pulito.
L’esercito degli aspiranti giornalisti cosa deve aspettarsi dal futuro di questa professione?
Io sono partito dalla strada, la mia generazione ha fatto la fame all’inizio della carriera. Adesso ci sono le scuole, ma anche da qui sono usciti ottimi giornalisti. Dipende sempre da come intendi la professione. Ci sono due modi per farla: raccontare la realtà o diventare impiegati della notizia. Ma si riesce ad emergere e ad avere successo solo se si hanno idee e contenuti. Del resto, la quantità di giornali o di telegiornali, non è garanzia di pluralismo informativo di per sé. Il punto è sempre la qualità e la necessità di misurarsi con il pubblico. Nella carta stampata, il giornale vive se ha successo. Così anche noi sopravviviamo se gli spettatori continuano a guardarci. Purtroppo questo discorso sembra non valere per alcuni telegiornali dove, nonostante gli insuccessi, certi direttori rimangono sempre al potere.
Lei ha seguito sul campo importanti e difficili episodi di cronaca, dagli sbarchi a Lampedusa al terremoto dell’Aquila. Questo le ha permesso di avere un rapporto privilegiato con la fonti e ottenere anche molte dimostrazioni d’affetto. Che importanza ha tutto questo per un giornalista?
Ho sempre lavorato in mezzo alla gente, complici anche i collegamenti in diretta. Instaurare rapporti umani mi piace. Certo, poi scatta anche il riconoscimento in pubblico. Questo è il lato negativo perché perdi la tua privacy. Ad ogni modo, è un piacere essere riconosciuti soprattutto quando non ci si occupa di calcio, veline e gossip. Significa che il riconoscimento riguarda anche i contenuti e il valore degli approfondimenti e dei servizi che realizziamo. Per esempio, ad Adro stavo realizzando un servizio sullo scandalo della mensa scolastica. In mezzo alle mamme che si scagliavano contro il sacerdote comboniano, pronto a pagare la mensa alle famiglie degli immigrati, non riuscii a trattenermi e dissi in diretta che mi sentivo a disagio, che provavo una certa indignazione. Era una situazione surreale, imbarazzante. Ebbi tante dimostrazioni d’affetto. Quando tornai a casa, all’aeroporto di Linate, il barista straniero insistette per offrirmi il caffè. Ecco, questo caffè non me lo scordo affatto. Era più buono di quello napoletano.