Russia: fare informazione senza paura


Si può morire per la libertà di stampa in un Paese che si disegna democratico e occidentale? Si può. Sono diciannove i giornalisti uccisi dal 2000 ad oggi nella Russia di Putin e di Medvedev. Un quadro drammatico per un Paese che ha stretti rapporti politici ed economici con l’Europa e che, forse proprio per questo, latita nel prendere posizione sull’assoluta mancanza di informazione nell’ex regno degli zar, costantemente minata dal governo.

«Anna Politkovskaja è stata vittima del “regime” politico che vige in Russia». A dirlo è Vitaly Yaroshevski, vice-direttore di Novaja Gazeta, il giornale della reporter uccisa. «Anna è stata uccisa da ignoti sicari e non si sa ancora chi siano i mandanti del suo assassinio. E, come avviene nell’80% dei casi di omicidio di giornalisti, la verità sulla sua morte difficilmente verrà a galla. Per il governo Anna ha portato più danno con la sua morte che con tutto il suo lavoro». La maggior parte dei giornalisti russi, subito dopo l’accaduto, ha chiesto il permesso al Cremlino per poter parlare della sua uccisione.

Secondo il Committee to Protect Journalism (JPG) la Russia è al terzo posto nell’elenco dei Paesi più pericolosi per i giornalisti dietro a Iraq e Algeria: «Il regime ha costruito un muro grazie alla propaganda ufficiale con l’obiettivo di far saltare il collegamento tra società civile e potere – continua il vice-direttore –. La maggior parte dei cittadini russi non reagisce alle evidenti e continue limitazioni della libertà di stampa nel Paese. La Russia non vuole riflettere: il 75% della popolazione si informa solo attraverso la tv e quasi tutti i canali televisivi sono sotto il controllo diretto o indiretto del Cremlino. Tra i giornalisti non c’è unione e la maggior parte lavora per il governo. Dunque, non c’è comunicazione: il potere non sa come vive la società, e la società non può sapere come vive il potere».

Nella Russia post-sovietica sono stati oltre 70 i giornalisti uccisi. Cinque lavoravano per Vitaly Yaroshevski. Insieme a loro è stato assassinato anche l’avvocato Stanislav Markelov: era lui a portare avanti le cause per il giornale. Nella redazione della Novaya Gazeta le postazioni di quanti sono morti facendo il loro mestiere sono come congelate. Nessuno ha toccato nulla. È il modo migliore per ricordarli; ma ci rende consapevoli di una realtà assurda: «Mi chiedono come riesco ancora a fare questo mestiere dopo che i miei colleghi sono stati uccisi, uno dopo l’altro. Viviamo giorni simili allo stato di guerra: ci sono perdite dirette, perdite che non si possono sostituire. Credo che non sia possibile svegliarsi la mattina, lavarsi, bere il caffè, e iniziare ad avere paura. Andare a letto, dormire e avere paura di nuovo. Nessuno di noi ha tempo per avere paura: c’è il dovere, l’onestà professionale. Ci sono persone – poche, ma ci sono – per cui queste non sono parole vuote. In Russia però, la maggior parte dei giornalisti si autocensura o anticipano i desideri del potere».

Yaroshevski si commuove quando ricorda il giorno in cui ha appreso che Anna Politkovskaja era stata uccisa. «La riunione di redazione ogni mattina si fa intorno ad un grande tavolo e dietro le nostre schiene ci sono i sei ritratti dei colleghi che abbiamo perso negli ultimi dieci anni. Il primo è Igor Domnikov. Fu un omicidio terribile: ammazzato a colpi di martello fuori dal portone di casa sua. Sappiamo chi è il mandante del suo omicidio, abbiamo pubblicato la sua foto. Lui non ci ha denunciati. Nessuno ha fatto nulla e continua a vivere indisturbato».
Continua Yaroshevski: «Dopo l’ultima morte, quella di Natalia Estemirova, abbiamo deciso di inviare più nessuno in Cecenia. Non potevamo permetterci di pagare un prezzo così alto». Ma alla Novaja Gazeta nessuno si è licenziato. Hanno continuato tutti a scrivere. «Mi preoccupavo delle giovani giornaliste che lavorano presso di noi con tanto entusiasmo e che non si arrendono. Hanno reagito a questa sfida tremenda: non è stato coraggio, è stato un istinto naturale. Altrimenti l’alternativa più semplice sarebbe stata quella di abbandonare la professione». Reporters sans frontières ha collocato la Russia al 153esimo posto – su 195 – tra i Paesi in cui è contemplata la libertà di stampa.

Di giornalisti impunemente uccisi in pieno giorno, avvelenati e perseguitati, di indagini insabbiate, di aree del Paese vietate ai reporter: di questo dovrebbe parlare la stampa europea. «Tanti colleghi ci chiedono come possono aiutarci. Io dico sempre che il più grande problema per i nostri governanti potreste essere proprio voi, i giornalisti europei. Il fatto che voi possiate scrivere ciò che che accade davvero in Russia li farebbe rabbrividire. I nostri leader ci tengono alla loro immagine all’estero perché hanno contratti economici importanti. Quando vengono in Italia per motivi politici chiedete loro che cosa intendono per libertà di stampa – conclude Vitaly Yaroshevski - e a che punto sono le indagini su Anna Politskovkaja. Fate domande su chi ha ucciso i reporter assassinati in questi anni e pretendete che in Russia si rispetti la ricerca della verità».
 

  • Giulia Dedionigi


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