Rossella Ricchiuti


Rosa soltanto all’anagrafe. Sono Rossella Ricchiuti, e sono una mano mancina nata il San Valentino di 23 anni. La mia esuberanza caratteriale e la mia fisicità prorompente non destano dubbi: sono un’autentica mediterranea, cresciuta nell’antica capitale della Magna Grecia. Ho sempre avuto tre grandi peculiarità: voler stare costantemente al centro dell’attenzione, parlare molto e fare troppe domande. Chiaramente i requisiti essenziali per fare la giornalista televisiva!

La mia scalata sociale comincia facendo le imitazioni di Giulio Andreotti e recitando poesie e storie in pubblico. Ogni domenica leggevo il Corriere dei Piccoli e, mentre filosofeggiavo sulle scelte stilistiche della testata, regolarmente lo sporcavo di gelato al cioccolato. Sono cresciuta guardando tutte le sere con mio nonno Il Fatto di Enzo Biagi. La sua rubrica mi accompagnava ed è stato lui ad iniziarmi al giornalismo. Per me niente favole da bambina, per farmi addormentare il nonno mi narrava tante storie coraggiose di uomini che avevano combattuto per i propri ideali, compreso lui. Una volta mi raccontò che scriveva quotidianamente su un diario. Decisi di imitarlo. E così cominciai ad imbrattare il cruscotto della sua 127, ogni giorno, con gessetti rubacchiati dall’asilo.

Ad otto anni vinsi un concorso per il miglior lettore baby di quotidiano indetto da La Stampa. In premio un borsello carico di colori. Che orgoglio! E così decisi che volevo vincerne altri, di astucci zeppi di matite.

Presi poi la saggia decisione di passare dal cruscotto ai quaderni rilegati e, per continuare a coltivare la mia passione per il giornalismo, frequentai il liceo classico.

Con la buona dose di follia che mi ha sempre contraddistinto, durante la triennale in Scienze della comunicazione a Bari mi sono lanciata in un Erasmus a Birmingham, in Gran Bretagna. Esperienza che mi ha cambiato la vita. Scontri e incontri intellettuali che hanno drasticamente modificato la mia visione del mondo. Ciò che accade intorno a noi merita di essere raccontato, e i giornalisti hanno il dovere sociale di farlo. E così, da lassù, mandavo regolarmente sul giornale dell’università resoconti e corrispondenze della vita universitaria. Per me la tesi in inglese è stata una sfida.  Il mio lavoro finale aveva per titolo La campagna elettorale di Barack Obama, sulla scia di Bob Kennedy. The words of change. Grazie a un software ho potuto effettuare un’analisi linguistica dei loro discorsi tenuti in campagna elettorale e trovare similarità e differenze. Dunque la laurea: 110 e lode.

Dopo questo traguardo ho sentito di nuovo il richiamo dell’Inghilterra e ho riattraversato la Manica. Un’avventura durata otto mesi. Ho sfruttato ogni attimo dal sapore british e ho fatto tutto quello che potevo: ho preso l’Ielts, ho scritto nella sezione esteri del quotidiano NewNotizie.it e ho frequentato la London School of Journalism. Nel frattempo, tra la vittoria di David Cameron e i preparativi per le Olimpiadi Londra 2012, ho lavorato, come faccio da due anni, come hostess in convegni e conferenze stampa, in cui ne approfitto per assalire i giornalisti e carpire un po’ della loro essenza. Dalla capitale del Regno Unito alla Cattolica di Milano per concretizzare l’obiettivo.

Tra l’eleganza di Barbara Serra e la posizione a “tre quarti" di Lilli Gruber, io continuo a perseguire con passione il sogno di ritrovarmi al loro posto. E spero un giorno di poter dire anche io, come Enzo Biagi: «Avrei fatto il giornalista anche gratis, meno male che i miei editori non se ne sono mai accorti».

 


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