Road to Usa, il viaggio dei bambini messicani


«Andiamo a cavalcare la bestia». Questa è la sfida dei centomila bambini che ogni anno attraversano il Messico da tutta l’America Latina per raggiungere gli Stati Uniti. La Bestia, banalmente il treno merci che attraversa il paese messicano, non è altro che la speranza, il coraggio e le lacrime. Spesso, però, il loro sogno americano si conclude nel deserto, prima ancora di toccare il suolo statunitense.

Rebecca Cammisa ha intitolato Which Way Home Il viaggio della speranza – il suo ultimo docu-film, presentato al Festival del Cinema africano, d’Asia e d’America latina di Milano: storie di bambini migranti lungo oltre 3mila km. Ci sono Olga e Freddy, di 9 anni, dell’Honduras, che vogliono raggiungere disperatamente i loro genitori nel Minnesota; c’è Joese di El Salvador, finito in un centro di detenzione messicano; e Kevin, 14 anni, che vuole aiutare la madre trovando un lavoro in America per spedirle dei soldi. La telecamera segue impassibile questa tragica odissea, non commenta, fa parlare gli “invisibili”, restituisce a chi guarda la struggente fotografia di un Messico dilaniato dalla povertà, dalla polizia corrotta, dal gruppo Beta che dovrebbe impedire l’immigrazione, ma invece la incoraggia.

Rebecca Cammisa che, non a caso, nasce come fotografa per poi approdare alla telecamera non più di dieci anni fa, incornicia sapientemente i personaggi lungo il loro viaggio. Sale con loro sulla bestia, si fa posto sul tetto del treno e schiva con loro i rami degli alberi che invadono il percorso. Poi arrivano le gallerie: «Due ragazzi sono morti, non si sono abbassati in tempo», dice in lacrime Kevin. La telecamera li segue silenziosa anche quando vengono derubati dai poliziotti, quando miracolosamente scampano alla violenza dei coyotes, i contrabbandieri, quando, ad un passo dal confine, sono deportati nei centri per l’immigrazione e riaffidati alle loro famiglie. È poi con lo sguardo della giornalista che la regista indaga sul mondo di questi bambini: incontra le loro famiglie, non induce sulle lacrime, non edulcora la drammaticità di una madre che preferisce perdere i propri figli piuttosto che condannarli ad una vita di stenti. «Fra un mese ci riprovo», confida alla madre Kevin quando viene riportato a casa.

La realtà è una vita di strada, una vita di colla sniffata per non sentire i morsi della fame dove cavalcare la bestia non è l’unica speranza, ma anche solo l’unica via d’uscita. Poche speranze anche per chi è riuscito a vederla, “Nueva York”: la regista rintraccia la nonna di uno dei bambini che ha seguito. Le domanda come ci si sente ad avercela fatta. Risponde:«Non lo rifarei. Non ho più niente qui: la mia famiglia è lontana, sono sola. Preferisco la fame».

Non ci sono gli esperti, le istituzioni non vanno in video: solo bambini e tutto quello che incontrano. Candidata agli Oscar del 2010 come miglior documentario, Cammisa ha confessato: «Mi ripetevo in continuazione che ero lì per fare il mio lavoro. Dovevo stare lì e riprendere, avevo il compito di testimoniare e portare questa storia oltre ai suoi confini, non potevo fermarmi per aiutarli. Forse, solo così questo film sarebbe potuto servire per creare una riforma sull’immigrazione, sui ricongiungimenti possibili senza dover correre tutti questi pericoli». Non poteva seguire una sceneggiatura e per questo il viaggio, iniziato nel 2003, è terminato solo l’anno scorso: «Non sapevo cosa sarebbe successo. Un giorno riprendevo sul treno due fratelli e ad un certo punto uno dei due si è addormentato: è caduto, è morto schiacciato. L’altro si è buttato con lui per salvarlo». 

  • Giulia Dedionigi


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