Lontano dalla ‘sua’ Roma, lontano dalla ‘sua’ adorata Ostiense, sbarca in Puglia, nel Salento (precisamente nella meravigliosa Lecce), in una regione guidata da un politico dichiaratamente omosessuale e con una città, Gallipoli, vera capitale gay d’Italia da giugno a settembre. Ferzan Ozpetek sceglie queste terre per ambientare il suo ritorno nelle sale e, a un anno dall’insuccesso di critica e botteghino di Un giorno perfetto, lo fa con una commedia, Mine vaganti, divertendosi a giocare con clichés omosessuali che ancora oggi, nel 2010, regnano sovrani lungo tutto lo stivale.
Molti i personaggi che occupano la scena: la nonna, fulcro dell’intera storia, con la sua saggezza e il costante ricordo dell’amore che fu, ha le fattezze di una brava Ilaria Occhini (e Carolina Crescentini, da giovane); i genitori, severi e tradizionalisti, sono impersonati rispettivamente da un grande Ennio Fantastichini e una spassosa Lunetta Savino; la zia che ama alzare il gomito è Elena Sofia Ricci, in un ruolo divertentissimo; il nuovo manager chiamato a condurre il pastificio di famiglia (Nicole Grimaudo); e, su tutti, i due fratelli protagonisti: Tommaso (Riccardo Scamarcio, diventato un attore di buon calibro) e Antonio, con il volto di Alessandro Preziosi, preso in prestito dal teatro e dalle fiction dove siamo abituati a vederlo.
Radunata la famiglia attorno alla tavola imbandita, per una riorganizzazione dell’azienda, l’aspirante scrittore Tommaso (Scamarcio) sta per annunciare che la sua vera laurea non è stata conseguita in Economia, che il lavoro nell’azienda di famiglia non sarà il suo futuro e che, soprattutto, la sua vita sentimentale non rispecchia i canoni che i genitori si immaginano.Ma un imprevisto del tutto inatteso non gli consente di rivelare all’intera famiglia il suo vero volto. Qualcun altro sta per fare una sorprendente confessione che sconvolgerà gli equilibri familiari, oltre a quelli aziendali.
Il film parte dall’omosessualità per affrontare, di riflesso, un tema più volatile ma decisamente universale: quello dell’amore impossibile. Infatti, tutti i protagonisti vivono un sentimento logorante, un tormento oscuro, inconsciamente consapevoli del fatto che nulla di concreto potrà mai vedere la luce. La formula alchemica adottata da Ozpetek è sempre la stessa: un intreccio narrativo che getta un onirico sguardo al passato, sempre presente, sempre docente.
Il regista turco affida tutto (o quasi) alla coralità dell’intreccio, incentrando snodi e sviluppi semplicemente all’interno di un nucleo familiare, non disdegnando numerose gag e facendo leva sulla prova notevole di tutto il cast. Conservando i più riconoscibili marchi di fabbrica (terrazze, tavolate, movimenti circolari della macchina da presa), Ozpetek, riesce a confezionare un buon prodotto, e per di più “esportabile” (è già stato venduto in 15 paesi), concedendosi un prologo ed un epilogo di innegabile suggestione.