La penuria di materie prime e di risorse impone una svolta a livello mondiale. Così, la Fondazione Lombardia per l’ambiente e la Camera di Commercio di Milano promuovono una tavola rotonda per discutere del recepimento delle direttive europee in materia di rifiuti in Italia, Germania e Francia.
La Comunità europea con le sue disposizioni si è sempre posta l’obiettivo di raggiungere una società in cui ciò che si consuma venga riutilizzato. Il processo è lungo e complesso, ma sono già stati compiuti significativi passi in avanti. L’ultima direttiva, la 2008\98\ce, emessa nel novembre 2008, delinea i primi tratti della «società del riciclaggio». La prima deadline del progetto è il 12 dicembre 2010, quando gli Stati dell’Unione dovranno dimostrare di aver recepito la direttiva.Un nodo base da sciogliere sta nella definizione della materia trattata, vale a dire il rifiuto. Il concetto imperante nell’era del consumismo era “l’usa e getta”, dove il ciclo vitale del prodotto era preciso e determinato.Ora non può più essere così, perché il pianeta non è in grado di soddisfare un’esigenza del genere. E sorge di conseguenza un quesito: che cos’è un rifiuto?Una restrizione della categoria ne implica immediatamente la riduzione: quindi, al posto di "scarti inutilizzabili” si avrebbe a che fare con “nuovi prodotti destinati a nuovo uso”. Anche i concetti di “smaltimento” e “recupero” vanno scissi: nel primo è insito il concetto dell’ingombranza di una materia da eliminare, nell’altro, invece, si offre una possibilità di trasformazione, di conversione in qualcosa di nuovo. Altro ancora sono i sottoprodotti, elementi destinati a un ciclo diverso da quello del rifiuto. «In questo campo il ragionamento in Italia è più avanti rispetto al resto d’Europa – dice David Roettgen, avvocato tedesco di Ambientalex, relatore circa la situazione tedesca –. In Germania, invece, sopravvivono ancora dei dinosauri giuridici, che impediscono la ridefinizioni delle nozioni fondamentali».
Il sistema dell’Unione Europea, articolato su 27 Paesi, obbliga al confronto fra realtà diverse. Così, dopo l’esempio tedesco, alla tavola rotonda viene proposto il modello francese. La presidentessa della Fondazione Ambiente per la Lombardia, Barbara Pozza: «In Francia è stato istituito un tavolo di trattativa, teso al coinvolgimento, non solo dei governi locali e dei rappresentanti dell’imprenditoria ma anche la società civile. A Parigi viene definita Grenelle de l’environement e, in sostanza vuole essere un new deal dello sviluppo ecologico». Oltre agli slogan, l’amministrazione Sarkozy ha saputo darsi obiettivi precisi, come la riduzione del 7% del tasso di rifiuti per abitante entro il 2015, l’introduzione di moratorie per la creazione di nuovi inceneritori, l’aumento dell’imponibile per la tassa sulle attività inquinanti. Un’altra fondamentale innovazione è la responsabilizzazione del singolo produttore e l’introduzione di una griglia gerarchica dei rifiuti.
«È da sottolineare – prosegue Pozza – come il governo francese abbia posto l’attenzione sul tema dei rifiuti all’interno di un progetto ad ampio raggio, che comprende la lotta ai cambiamenti climatici e la preservazione delle biodiversità. A testimoniare la sistematicità della strategia transalpina va detto che i soldi recuperati dalla tassa sulle attività inquinanti (che oggi ammontano a 259 milioni di euro) finanzieranno un’agenzia specifica che si occuperà di ambiente». Certo, non mancano le criticità, soprattutto a livello di definizioni, e sembrano essere maggiore che non in Italia.
L’Italia, appunto. Cosa accadrà con l’introduzione delle norme contenute nell’ultima direttiva europea? Il nostro Paese, nel corso degli ultimi anni, ha rivolto troppa poca attenzione al dibattito di Bruxelles. «Per esempio, non c’è stata collaborazione tra Italia e Ue nella costruzione delle discariche - spiega Elisabetta Perrotta di Assoambiente (Confindustria) -. Lo stesso vale per il ritardo nella ricerca sugli idrocarburi. Di certo, questa direttiva semplifica di molto l’accesso alle autorizzazioni. Oggi, le direttive per lo smaltimento e per il recupero, anche se si tratta della stessa attività, viaggiano separate. E questo non dovrebbe più accadere». Più critica Nieves Estrada di Federchimica, soprattutto per quanto concerne la responsabilizzazione dei singoli imprenditori: «Questa è una norma che va sviscerata con attenzione – spiega –, non si può avere fretta. La direttiva non impone nulla, ma indica una via da seguire». Una eventualità possibile è che, entro l’imminente scadenza del dicembre 2010, il nostro Paese non sarà ancora pronto per affrontare appieno la sfida nella «società del riciclaggio».