Riciclo, il motore della green economy italiana


Per fare una bici ci vogliono 500 lattine di alluminio. Per una felpa? Bastano 27 bottiglie di plastica. Queste e altre curiosità campeggiano nei gazebo informativi allestiti dal Consorzio Conai in occasione della Settimana nazionale del riciclo, tenuta dal 13 al 18 novembre.

Cifre importanti per un settore in netta ascesa. Il riutilizzo di acciaio, alluminio, carta, legno, plastica e vetro ha generato, nel 2008, un fatturato pari al 2,8% del Pil nazionale. Come se non bastasse, l’industria ha contribuito a dar lavoro a 76mila addetti e ad evitare l’immissione nell’atmosfera di 48,2 milioni di tonnellate di Co2. Miracoli della green economy. Anche in tempi di recessione.

Conai è un consorzio privato senza fini di lucro costituito dai produttori e dagli utilizzatori di imballaggi con la finalità di raggiungere gli obiettivi dettati dalla legge statale sul recupero e riciclo dei materiali. L’attività consortile ha permesso di recuperare, lo scorso anno, il 68% degli imballaggi immesso al consumo. Degli 8,3 milioni di tonnellate raccolti solo 1 milione è finito nei termovalorizzatori: il resto è stato tutto riciclato.

Ovviamente l’Italia non è tutta un'isola felice. Il Paese corre a tre velocità e le disparità tra nord e sud sono enormi. Il nodo sta nella mancata raccolta differenziata, che dovrebbe essere curata dai comuni tramite le aziende municipalizzate. Ebbene se a Milano la differenziata è al 36,8% e a Torino si attesta intorno al 40%, a Roma siamo fermi al 22% mentre a Napoli si fa fatica addirittura a toccare quota 20%.

«Il nostro consorzio fa ampiamente la sua parte nel settore del riciclo degli imballaggi», conferma Piero Perron, presidente Conai. «Andando anche oltre i nostri compiti forniamo assistenza e know how ai comuni anche sul tema della raccolta differenziata. Se però i risultati raggiunti in alcune città sono ancora insoddisfacenti la responsabilità è delle amministrazioni». Secondo Giampaolo Longhi, direttore generale di Conai, deve passare l’idea che «la raccolta differenziata non è un fine ma un mezzo per poter riciclare».

Longhi conviene sul dato di fatto che l’intero ciclo di selezione e riutilizzo è «molto dispendioso e ha un discreto impatto ambientale». I macchinari, utilizzati per separare e riciclare il pattume, sono costosi e il trasporto del materiale avviene per la maggior parte su gomma. Del resto l'Unione europea pone in cima alle sue politiche proprio la riduzione della quantità dei rifiuti prodotti, prima ancora della termovalorizzazione. Ma il principio, seppur affascinante e ambizioso, non è sufficiente. Secondo Perron la teoria del rifiuto zero, messa a punto dall’ingegnere americano Paul Connet, resta un’utopia ancora oggi. «Riciclare - chiosa Longhi - è un’investimento che facciamo per il futuro». «Bisogna valutare la variabile ambientale - continua il direttore generale di Conai - e non solo quella economica. Quanto ci costerebbe disinquinare domani? Continuare sulla strada delle discariche, e dunque sulle emissioni indiscriminate di gas serra e sull’inquinamento del sottosuolo, significherebbe lasciare un’eredità dannosa alle prossime generazioni».

  • Fabio Forlano

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