Quando la pena diventa utile


Ad ogni istituto penitenziario spettano due ruoli: tenere in un regime di privazione chi ha abusato del proprio potere; rieducare il detenuto affinché non commetta altri crimini. È quanto prevede l’articolo 27 della Costituzione che, però, rimane il più delle volte disatteso. La causa più allarmante è la mancanza di progetti di recupero e, quindi, la mancanza di esperti alle dipendenze del ministero di grazia e giustizia. Sono i dati a dircelo forte e chiaro: nei 205 penitenziari italiani operano solo 404 psicologi, di cui appena 20 sono di ruolo. Non è un caso, allora, che rimanga alto il tasso di recidiva tra gli ex-detenuti, pari al 68.45%. E il risultato che ne segue è intuitivo: nel sistema reato-carcere-società si innesca un cortocircuito irrefrenabile. L’aggravante è che tutto questo colpisce un’istituzione statale, pensata e organizzata in vista del vivere insieme.

Ma alla ‘regola’ c’è sempre un’eccezione. Fortunatamente, in questo caso. Si chiama Gruppo della Trasgressione. Qui, detenuti e studenti (in particolare, di giurisprudenza, di psicologia e di filosofia) stanno insieme e si confrontano su esperienze di sconfinamento, come la trasgressione, la sfida, l’abuso. Nato nel 1997 a San Vittore, e successivamente nelle carceri di Bollate e di Opera, il gruppo “butta l’amo nella testa della gente per pescare le fantasie antiche che ognuno di noi sognava da bambino e che per una storia sbagliata si sono smarrite”. A descriverlo con queste parole è Angelo Aparo, ideatore e coordinatore del gruppo.

“L’obiettivo – spiega Aparo – non è studiare il detenuto in quanto deviante, bensì studiare insieme a lui per favorire la sua evoluzione e quella dello studente”. Detto altrimenti: una forma di collaborazione tra membri esterni e interni “per vivere il gioco di squadra e della responsabilità verso i compagni”, in modo da “interiorizzare le regole, invece che subirle”. Senza dubbio, a beneficiare di questa sinergia è la società nel suo complesso. Infatti, il recupero dell’esperienza personale che il gruppo si sforza di fare attraverso la riflessione sul processo della scelta, “(ri)attiva il rapporto con la legge e permette il divenire dell’identità del cittadino”, dice il coordinatore.

Fra le molte attività che impegnano il Gruppo della Trasgressione, una serie di convegni e incontri aperti anche a cittadini comuni. In queste occasioni, la competenza dei relatori – che sono professionisti e docenti universitari di discipline diverse – viene fatta dialogare con l’esperienza di chi ha commesso reati “per coltivare il piacere di porsi domande insieme”. “Il giurista e il rapinatore – prosegue Aparo –, il giornalista e l’omicida, lo studioso dell’arte e lo spacciatore s’interrogano sulle condizioni e le relazioni che favoriscono od ostacolano un rapporto costruttivo con sé e con gli altri”.

L’ultimo convegno messo a punto dal gruppo è quello sul mito di Sisifo. Si è svolto lo scorso 29 novembre entro le mura del carcere di San Vittore e ha visto la partecipazione di una folta platea di studenti universitari, di insegnanti e di altri cittadini. Il lavoro su questo mito e soprattutto la collaborazione fra detenuti e membri esterni ha motivato ad interrogarsi sul problema della siccità a Corinto (regnata da Sisifo), sui conflitti tra Sisifo con Giove (il dio dell’Olimpo) e con Asopo (dio dell’acqua). E, proprio con l’intento di scavare nel passato di ciascuno, sul problema dell’adolescente con il limite e poi dell’uomo con i suoi bisogni e le sue ambizioni.

L’insegnamento che le vicende di Sisifo ci consegnano è uno: “Nessuno al mondo, per quanto forte e potente, può essere invincibile; l’invincibilità è solo una condizione mentale per affrontare le paure che stanno dentro di noi, una corazza a protezione dei nostri lati più fragili”. Questo si legge sul foglio di presentazione che il gruppo ha lasciato sulle sedie del pubblico. E a cui le voci dei personaggi, e poi il dibattito, hanno dato respiro e senso. Perché il diritto a crescere non va soltanto proclamato ma anche permesso, coltivato e vissuto. Lo prevede, anche questa volta, un articolo della Costituzione italiana: l’art. 3.

  • Chiara Daina
     


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