«Mi chiamo Brad Palmer, sono il papà di Nicklas Palmer, soldato morto in Iraq il 16 dicembre 2006». Poi la voce frana, si interrompe, proseguire diventa complicato. Nicklas aveva 19 anni ed è stato ucciso da un cecchino mentre pattugliava la zona rossa di Falluja.
Il padre racconta la storia di suo figlio, l’idea di entrare nell’esercito, l’orgoglio della famiglia, la parabola di esistenze normalissime sconvolte “dalla scelta di combattere”. Brad è stato intervistato da un reporter del Denver Post, il quotidiano americano più diffuso in Colorado, lo stato perfettamente rettangolare del Midwest statunitense, nell’ambito di un progetto multimediale che traccia “5 anni di guerra”, dalla dichiarazione firmata nel 2003 da George W. Bush, fino all’incremento delle violenze nel 2007.
Il media center del sito denverpost.com è fra i più curati del web. Lo spazio dedicato alle notizie in multimedia è molto ampio, con una sezione riservata ai lavori pensati e costruiti per l’interazione dei linguaggi. Video, parole e foto dialogano sfruttando le potenzialità della comunicazione telematica. “Five years of war” centra il fuoco sul terzo conflitto del golfo, narrando la guerra attraverso otto punti di vista differenti, dalle immagini dei civili travolti dalla violenza delle battaglie, fino agli scatti fra le bare avvolte nella bandiera a stelle e strisce durante l’ultimo viaggio dei militari caduti. Alcune pagine sono dedicate ai soldati, nati e partiti dal Colorado, uccisi in azione. Le loro storie, raccontate dalla voce dei familiari, ripercorrono la scelta dell’arruolamento e il personalissimo conflitto di chi rimane in Patria.
Il reportage del Denver Post è innovativo nella struttura e coraggioso nel contenuto. Il percorso multimediale offre una lettura trasparente della guerra, lontana dal tentativo di rendere il conflitto astratto, edulcorato, parziale. La sezione “citizens in the crossfire” si apre con l’istantanea di Samar Hassan, 5 anni, rannicchiata, piangente e colorata di sangue al centro di una stanza buia, mentre sulla destra un soldato regge una torcia e il fucile mitragliatore: i genitori della piccola, spiega la didascalia, sono stati appena uccisi dai militari americani. La Timeline della guerra in Iraq riporta le immagini salienti della tragedia, inclusa la foto-icona delle torture consumate nel carcere di Abu Ghraib, a Bagdad. Mark Echer, Jonathan Lujan, Mattew Keil, Nicolas Orchowski e Ray Robinson sono i protagonisti della sezione “Wounds of war”, nella quale cinque veterani narrano, protesi sotto l’obiettivo, il dramma di chi torna dal fronte come eroe ferito a vita.
«Cosa potrebbe esserci di meglio? Voglio combattere. Per questo mi sono arruolato». Ian Fischer, 19 anni, subito dopo aver terminato il liceo ha deciso di iniziare il percorso che lo condurrà in Iraq. Viene da Lakewood, Colorado, ed ha braccia e petto tatuati, esattamente come il padre che dice: «In qualità di genitore forse dovrei impedirgli di fare la guerra..». E’ un altro reportage su denverpost.com a raccontare la quotidianità e le scelte cruciali di un giovanissimo volontario dell’esercito statunitense. Il progetto multimediale presenta foto, video e testi raccolti per 27 mesi dai cronisti del giornale: oltre due anni nei quali l’esistenza del diciannovenne è stata seguita passo dopo passo, dal diploma, passando per la trincea irachena, fino al ritorno a casa. Un modo per capire “Come si fabbrica un soldato americano”. Insieme a Five years of war, American Soldier è il prodotto multimediale che copre con più attenzione il conflitto iracheno osservato dalle coste dell’atlantico. L’utente può selezionare quattro percorsi, ciascuno diviso in otto capitoli, attraverso i quali scopre, con testi scritti, foto e filmati, la abitudini di Ian, le testimonianze di amici e familiari, le sue esperienze in fase di addestramento e nel campo di battaglia.
Alla fine del reportage il protagonista, ancora giovanissimo, decide di sposare Devin la fidanzata del liceo: «So che andiamo contro i grandi numeri – dice irritato e pieno di speranza – ma io odio le statistiche! Chi ha il diritto di dire che non possiamo sposarci a questa età?» Intanto i fidanzatini hanno già comprato un cane: è un cucciolo di Pit-bull che si chiama Kyra. Vivranno tutti insieme in Colorado. Almeno, fino alla prossima missione di Ian.