Ce ne è una al giorno. Le primarie del Pd, i conflitti di Berlusconi con Tremonti e Lega da un lato, e con Fini dall’altro, l’uscita di Rutelli dal Pd, il grande centro con l’Udc, la nascita di movimenti della società civile che vogliono una “Italia Futura” giurando di non diventare partiti politici.
La sensazione è che in questo momento il bipolarismo vada stretto a tutti. Un nuovo gruppo centrista, l’ascesa di partiti come la Lega e l’Idv, la nascita di un “partito del Sud”: cresce il numero dei partiti in grado di superare la soglia di sbarramento. Per Franco Monaco, osservatore politico e per un decennio capogruppo della Margherita alla Camera, sono cambiamenti che verranno assorbiti. "Le dichiarazioni di Rutelli - spiega - sono state accolte con reazioni differenti nel centrosinistra. C'è stato chi, come Fioroni, ha invitato Bersani a «pregare Rutelli in ginocchio, se necessario», altri, come Prodi, hanno chiarito che «se uno se ne va non succede niente».
Cosa accadrà con l'uscita di Rutelli dal Pd e il suo avvicinamento all’Udc di Casini?
Rutelli non ha ancora annunciato alcuna scissione, ha solo detto di voler iniziare un percorso diverso. Questa iniziativa serve a mettere insieme gli scontenti del centrodestra e del centrosinistra con il raccordo dei fuoriusciti dell’Udc vicini a Follini, come Bruno Tabacci e Savino Pezzotta.
Il bipolarismo è già superato?
Non credo. Queste iniziative centriste si basano su due premesse: la debolezza del centrosinistra e le fibrillazioni interne al centrodestra per la supposta parabola discendente di Berlusconi. Sono, però, presupposti sbagliati.
Il centrosinistra sembra aver già dimenticato il clima di unità che ha caratterizzato le primarie, mentre nel Pdl gli strappi sono continui.
Nel Partito Democratico si muovono due anime: Marini e Fioroni cercano di trattare per una gestione concordata con il nuovo segretario, gli ex veltroniani e gli ex rutelliani, che pure non vogliono prendere parte ad una scissione, mostrano invece un'anima intransigente, sapendo di essere i veri sconfitti di queste elezioni primarie. E’ vero che anche nel Pdl ci sono contraddizioni, ma queste non sono decisive rispetto alla fine di Berlusconi e sono comunque superabili dal “cemento del potere”.
Nel centrodestra si assiste a uno sfaldamento di alleanze. Quale potrebbe essere il riassetto nel lungo periodo.
Le contraddizioni interne al Pdl hanno varia natura La prima è l’indebolimento della persona di Silvio Berlusconi. La seconda causa, legata alla prima, sono i conseguenti sommovimenti di Fini e Tremonti per la successione alla guida del partito che giudico prematura. Ci sono poi la competizione tra Pdl e Lega per le regionali e, in ultimo, il problema della distribuzione delle scarse risorse per affrontare la crisi. Il recente conflitto tra Berlusconi e Tremonti nasce appunto dal tentativo di soddisfare le attese delle proprie basi elettorali e contemporaneamente dalla mancanza di risorse sufficienti da distribuire per le misure di sostegno alle imprese o alle famiglie. Ma queste contraddizioni, a destra come a sinistra, non sono al momento decisive.
A firmare l’ “appello per il cambiamento” di Francesco Rutelli ci sono figure di spicco del Pd: personaggi carismatici che spostano voti, ma non sono allineati. Tra questi Lorenzo Dellai, governatore di Trento, Massimo Cacciari a Venezia e l’ex governatore del Friuli, Illy.
Sono personalità che riflettono una strategia politica che funziona a livello locale, ma non sul piano nazionale. Le loro iniziative riflettono l’insoddisfazione e il giudizio critico nei confronti del Pd, ma si tratta di situazioni particolari. Sono movimenti concentrati nel Nordest, dove non c’è mai stato bipolarismo, ma un sistema con tre poli: la destra, la Lega e un centrosinistra generalmente in difficoltà. Dellai si è inventato un sistema per non essere schiacciato da una sinistra storicamente perdente. Il Trentino, la regione di De Gasperi, ha una forte tradizione cattolica, né di destra né di sinistra, ma queste sono strategie politiche locali, non estendibili a livello nazionale.
Prematuro dunque parlare di fine del bipolarismo.
Sì, direi che Rutelli “è il termometro, non la febbre”.
E allora qual è la febbre: il dibattito sul presidenzialismo?
Nel Pd il discorso sul presidenzialismo, che incontrava l’approvazione di alcuni, tra i quali Walter Veltroni, è oggi una discussione accantonata dopo le forzature istituzionali di Berlusconi. Anche io ero aperto a una soluzione ispirata al modello tedesco, un premierato forte, ma oggi ci sono due questioni: una politica e una istituzionale. Pesa sul dibattito l’insofferenza dimostrata da Berlusconi verso tutti gli istituti di garanzia. Il premier ritiene di avere un'investitura plebiscitaria che lo porrebbe al di sopra delle regole di un sistema liberal-costituzionale. Questo impedisce anche solo di iniziare a discutere della questione istituzionale, se cioè, sempre attraverso una riforma costituzionale, sia preferibile un assetto parlamentare o uno presidenziale. Fini, ad esempio, parla di un modello presidenziale bilanciato da un ruolo forte del Parlamento. Questa comunque non è una questione attuale per il Pd.
Secondo “Il Giornale” Bersani vuole chiamare Prodi a dirigere il Pd.
Bersani ci prova, ma Prodi vuole restare fuori dalla stretta contesa politica. Credo che al massimo potrebbe pensare di occuparsi di un posto politico con funzione di garanzia istituzionale.