«Non voglio boicottare questo processo, ma non posso partecipare a qualcosa che è stato negativo fin dall'inizio e in cui i miei diritti fondamentali sono stati violati». Così Radovan Karadžić, 64 anni, ex presidente della repubblica serba di Bosnia (Republika Srpska) accusato di crimini contro l’umanità si è espresso davanti ai giudici del Tribunale penale internazionale dell’ex Jugoslavia a L’Aja.
Dal 26 ottobre, data d’inizio del processo, Karadžić aveva più volte chiesto e ottenuto il rinvio a giudizio, adducendo come motivazione i tempi troppo stretti per preparare la sua strategia difensiva. Il 3 novembre, infine, è comparso davanti alla Corte. Autodifesa e dilatamento dei tempi processuali sono gli strumenti con cui l’ex leader dei serbi di Bosnia punta a delegittimare il tribunale. Slobodan Milošević, anch’egli accusato di crimini contro l’umanità, nel processo a suo carico tra il 2001 e il 2006 adottò una strategia analoga. Il Tribunale non sentenziò a causa del decesso dell’imputato.
Secondo Andrea Rossini dell’Osservatorio sui Balcani il fine dell’operazione è discutere le questioni processuali in termini politici, evitando così di entrare tecnicamente nel merito del processo: "Non è un caso che, sin dall’arresto del luglio 2008, Karadžić si sia sempre appellato all’accordo Holdbrook, dal nome dell’emissario statunitense che trattò la pace di Dayton nel 1995". Durante una trattativa segreta con gli Usa, Karadžić sostenne di aver ottenuto la libertà in cambio della sua fuoriuscita dal mondo politico. "Tutto questo non ha alcun peso in termini processuali - sottolinea Rossini -. Il Tribunale penale internazionale dipende dal Consiglio di sicurezza e non dagli Usa, perciò è autonomo nella sua decisione».
Il 27 ottobre il presidente del Collegio O-Gon Kwon ha annunciato che il processo si terrà in ogni caso, con o senza la difesa dell’imputato. Se continuasse a non presentarsi, il Tribunale sarebbe però costretto a giudicare in absentia, con il rischio di non ottenere ulteriori informazioni sulle azioni di guerra del 1992-95. "Questo - aggiunge Rossini - lascerebbe la sensazione di un lavoro a metà. Il Tribunale perderebbe la sua credibilità e verrebbe accusato di fare la giustizia dei vincitori. Del resto che alternativa aveva il giudice? Forse avviare un negoziato, ma vorrebbe dire dilatare ulteriormente i tempi e scontentare chi chiede una sentenza rapida". Con il rischio che, giunto al termine del suo mandato istituzionale, il Tribunale venga sciolto senza aver sentenziato.
Il contesto politico in cui s’iscrive l’atto giudiziario è particolarmente caldo: l’Ue ha ipotizzato di abolire i visti ai serbi nel gennaio 2010 e la Serbia è nella lista d'attesa dei Paesi che chiedono di entrare nell'Unione. Francesco Palermo, collaboratore dell’Accademia Europea di Bolzano, spiega quali sono i rapporti di forza: "E' chiaro che non si può parlare di correlazione diretta tra il Tribunale e le politiche dell’Ue. Però non è nemmeno il primo caso in cui l’Unione pone come condizione all’allargamento la collaborazione con il Tribunale. È accaduto per esempio con la Croazia. Oggi il governo serbo è in una situazione debole ed è costretto a trattare per avere risultati sul piano internazionale».
Nei Balcani si respira un clima di sfiducia. Giuseppe Terrasi è promotore del Centro di ricerca per l'educazione alla pace (Icmo), attraverso cui accompagna ogni anno studenti sul territorio bosniaco, per toccare con mano le ferite ancora aperte del conflitto. Ha vissuto molti anni in Bosnia e conosce molto bene le sensazioni della gente. «Non credo che il processo possa davvero essere una svolta - spiega -. Le vittime della guerra oggi soffrono la situazione economica e Karadžić è solo la parte emersa del marcio che ha dato vita alle violenze del 1992-95, in particolare al massacro di Srebrenica. Molte delle analisi circolate in questi anni illustrano il conflitto in termini di semplici contrapposizioni. Queste teorie però non rendono in modo esaustivo la complessa frammentarietà etnica della regione balcanica».
In Serbia, in particolare, l’opinione pubblica fatica ancora ad ammettere che il Paese ha avuto delle responsabilità durante la guerra. Nel giugno 2005 Natasa Kandic, fondatrice del Centro per il diritto umanitario, riuscì a rompere questa cortina di falsa indifferenza mostrando un video in cui un gruppo di paramilitari serbi chiamati gli Scorpioni uccidevano bosniaci a Srebrenica. Ma è stato un fuoco di paglia. Oggi regna ancora uno spirito nazionale che spesso evita di fare i conti col passato. Ne è un esempio la recente scarcerazione di Biljana Plavšić, al potere in Republika Srpska dopo Karadžić. Tornata a Belgrado, dopo aver scontato 7 degli 11 anni di pena a lei inflitti dal Tribunale per crimini contro l’umanità, è stata come un’eroina. E il governo ha evitato di prendere posizione per non compromettersi agli occhi dell’Ue.
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