Prison Valley, il business delle carceri è online


In Colorado, a una manciata di chilometri da Denver, ci sono uomini che lavorano a due dollari l’ora. Un affare del “libero” mercato. Sono i detenuti entrati nei bracci dei penitenziari privati, industria che nel territorio degli negli Stati Uniti non conosce crisi. Dietro queste sbarre ultramoderne, controllare i prigionieri costa pochissimo, come conferma il manager delle carceri private dello Stato della Virginia, Russell Booras: «Il segreto delle spese di gestione irrisorie sta nell’avere un numero minimo di guardie per il numero massimo di reclusi». Un panopticon al servizio del business.

David Dufresne e Philippe Brault, videogiornalisti francesi, hanno viaggiato nel distretto delle prigioni del Colorado: 13 case circondariali, tra cui il Supermax, soprannominata l’Alcatraz delle rocce, dove vivono 36mila detenuti. Ne hanno raccontato i meccanismi di funzionamento e le influenze sulla quotidianità di chi vive al di là del confine spinato nel web documentary Prison Valley, in uscita ad aprile, prodotto da Upian, casa che ha finanziato alcuni fra i più significativi esperimenti multimediali, come Gaza/Sderot e Thanatorama.com.

«Il nostro intento – spiega Alexandre Brachet, fondatore e responsabile di Upian – è quello di mostrare cosa significa fare soldi sulle spalle dei detenuti. Il documentario è presentato come un road movie e i personaggi che si incontrano nel corso del viaggio offrono, progressivamente, informazioni sul tema generale». Il format è stato scelto per integrare cinema d’inchiesta e interattività: «Il reportage è fruibile online come fosse un programma tv o un prodotto cinematografico. Tuttavia, a intervalli più o meno regolari, la narrazione si interrompe, permettendo ai vari utenti di interagire fra loro e con i personaggi del video. Ad esempio, sarà possibile scegliere quali domande porre nel corso delle interviste, oppure selezionare gli ambienti in cui muoversi».

Il web documentario è il nuovo linguaggio per favorire la diffusione dell’inchiesta e del reportage visivo. Non a caso Prison Valley offre contenuti extra molto curati, dalle statistiche comparate fino a un portfolio di immagini in slide show. Alexandre Brachet: «Cerchiamo di offrire un prodotto che sfrutti le potenzialità del web 2.0 facendo dialogare professionalità diverse. All’origine, come ogni servizio di approfondimento, ci sono gli autori, giornalisti puri. Ma passo dopo passo si affiancano figure importanti come web master, creativi provenienti dal mondo dei videogame, ed esperti tecnici, per la trasformazione del video in animazione flash».

Il profilo del documentario multimediale che Alexandre Brachet, insieme al gruppo di Upian, sta tracciando è in divenire: «In questo momento siamo davvero all’inizio: ogni progetto genera, in sostanza, un nuovo format. Per il futuro la chiave è riuscire a coniugare l’innovativa partecipazione degli utenti con la cura e la forza delle storie da raccontare». Ma sarà proprio l’ultimo dei nati tra gli stili narrativi a salvare le tasche e lo spirito di un giornalismo in perpetua crisi finanziaria e d’identità? «Assolutamente no, almeno per il momento. L’obbiettivo, intraprendendo un percorso come il nostro, è quello di coprire le spese. Certamente l’indipendenza finanziaria è una questione fondamentale, soprattutto per chi produce reportage integrati e complessi. Ma in questa fase di transizione il nuovo mercato non è ancora capace di reperire, autonomamente, le risorse essenziali». «Per continuare a lavorare su questa strada – prevede il responsabile di Upian - è necessario il sostegno di fondi pubblici. E, in prospettiva, anche della cooperazione internazionale fra case di produzione».

  • Gregorio Romeo

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