A quanto pare non è solo una prerogativa italiana quella di avere un’ ”originale” squadra di Bodyguard. Dopo i presunti errori commessi dagli uomini di fiducia del nostro premier, anche i G-men, quelli deputati alla sicurezza dell’uomo più potente d’America pare abbiano fatto autogol.
Il Servizio Segreto ha rivelato che la cena di stato offerta dalla Casa Bianca lo scorso 24 novembre pullulava di “imbucati”. Già due settimane fa la notizia di una coppia della Virginia, Tareq e Michaele Salahi, party crashers alla prima cena di stato di Barack Obama, aveva suscitato scalpore. Ora viene a fuori un terzo convitato senza invito. Così gli stessi servizi segreti Usa sono stati messi in notevole imbarazzo: il non-invitato non ha dovuto far altro che accodarsi alla delegazione indiana all’uscita dall’albergo e salire sul minibus che doveva portarla at the White House.
What is going on with security around the president? Se alla cronaca odierna si aggiunge il fatto che Obama ha ricevuto molte più minacce rispetto ai suoi predecessori la domanda appare più che lecita. Per questo la rivista americana Life dedica la copertina proprio al nuovo scandalo americano intitolandolo Inside the Secret Service. Nel bel mezzo di queste gaffe, Life si è rivolta ad un noto fotografo, Brooks Kraft. Kraft, che lavora da ormai dieci anni a fianco del presidente, è il fotoreporter della Casa Bianca per il Times e vanta un accesso senza pari alla residenza presidenziale. Ha fotografato Obama ed il suo entourage in ogni occasione: si è rivelato quindi un testimone super partes per descrivere il lavoro della sicurezza sia nella quotidianità che in momenti più critici.«Fanno tutto con estrema calma», confessa il fotografo, riferendosi al marchio di garanzia del Secret Service: focus and concentration. Ma questo non basta: in un’era così tecnologica, per essere sicuri di condurre a casa the President sano e salvo, sono necessari anche auricolari wi-fi, telescopi satellitari, metal detectors, e tanti altri aggeggi high-tech.
L’ex agente Joe Petro, uomo-spalla di Reagan, disse a proposito dei suoi 23 anni di servizio: «Un servizio di sicurezza esiste per gestire i rischi, non per eliminarli». Un modo per proteggere qualcuno nel bel mezzo di una grande e rumorosa folla - situazione definita da Petro AOP, attack on the principal – è quello di «non lasciare mai andare la presa: la mano di una guardia del corpo non deve mai stare a più di sei pollici dal presidente, deve anche tenerlo per la giacca o per la cintura in modo da farlo sparire al minimo accenno di pericolo». Petro oggi è autore del bestseller Standing Next to History: An Agent's Life Inside the Secret Service e collabora con il centro di addestramento per guardie del corpo nel Maryland, una specie di Disneyland per agenti: strade, palazzi, hotel e piste di atterraggio interamente ricostruite per preparare la squadra del presidente anche al più impensabile scenario. «Non consideriamo mai un luogo sicuro al cento per cento, non c’è posto in questo lavoro per questo tipo di affermazioni».
Il Secret Service ironicamente nasce la notte dell’assassinio di Abraham Lincoln nel 1865, ma è solo nel 1902, un anno dopo l’assassinio del presidente William McKinley, che il servizio acquisisce ufficialmente l’incarico di proteggere presidente, vice presidente e famiglie. In America giurano che nessuno si arruola per diventare ricco: il salario di un agente può oscillare tra i 43 fino ai 73 mila dollari l’anno, ma non esiste un vero e proprio timetable. Un gatekeeper è a servizio ad ogni ora, in ogni momento. «È un lavoro – ha commentato Brooks - spesso estremamente noioso: stai in un campo per dieci ore, in una tromba delle scale per venti, stai al freddo e, per la maggior parte del tempo, non puoi far altro che star lì a guardare e ascoltare».
Air Force One, The Sentinel: Hollywood ci ha educato a tutt’altro immaginario. In particolar modo la fantasia del grande schermo si è sbizzarrita intorno all’icona della macchina presidenziale, emblema del potere americano. Sempre con la bandiera ben in evidenza e, dal 1983, sempre una limousine Cadillac. Il modello di Obama – ogni presidente ne ha uno proprio - è un vero e proprio “bunker con le ruote”, come ha ammesso Ken Lucci, proprietario della casa di produzione. The Beast, questo è il nickname utilizzato dal tutta la squadra nel gennaio scorso quando Obama e la president’s mobile debuttarono, ha un sistema di ventilazione che protegge da attacchi chimici, portiere e vetri anti-proiettile. Fa parte del “pacchetto sicurezza”. È un esempio di quello che oggi significa proteggere un leader: grandi risorse, alta tecnologia, ma soprattutto una sinergia tra uomini che si devono muovere come un solo corpo.