Portopalo tra reportage, inchiesta e narrazione


«Esistono notizie che hanno la disgrazia di confondersi, di diluirsi nel tempo, di perdere in qualche modo la propria forza. Così a volte gli archivi dei giornali non sono più i luoghi della memoria ma i sepolcri delle tragedie dimenticate». Giovanni Maria Bellu, oggi condirettore dell’Unità, nel 2001 scoprì, come inviato di Repubblica, che a Portopalo, paese nella punta sud della Sicilia, si conosceva il luogo dove riposava il relitto del naufragio del Natale 1996.

I pescatori, infatti, recuperavano i cadaveri degli annegati, ma poi li ributtavano in acqua senza sporgere denuncia. Fu Salvo Lupo a contattare Bellu: aveva ritrovato nella rete da pesca il tesserino d’identità di Anpalagan Ganeshu, un tamil che perse la vita in quella tragedia di fine ’96, e sentiva il dovere morale di rompere il silenzio di Portopalo. Giovanni Maria Bellu ha raccontato questa storia di migranti dimenticati, di omertà paesane e di criminalità internazionale prima in due articoli, poi nel libro-reportage I fantasmi di Portopalo.

In che modo si è articolata la sua inchiesta?
Ci sono state due fasi. Nella prima attraverso le dichiarazioni di pescatori rimasti anonimi e di autorità portopalesi, ho acquisito la certezza che il naufragio del Natale 1996 era ben noto a tutti. Questo è stato il momento la svolta, il vero scoop. Nella seconda parte, la più spettacolare, abbiamo scoperto il relitto della nave naufragata grazie all’aiuto della cooperativa Nautilus.

Perché sono passati cinque anni dal naufragio all’inizio dell’inchiesta?
Perché per rispolverare quella storia fu necessario Salvo Lupo. All’inizio del 2001 durante una battuta di pesca, Lupo trovò nelle reti il tesserino di Anpalagan Ganeshu. Si rivolse all’ufficio marittimo di Portopalo ma le autorità lo snobbarono. Pochi mesi dopo trovò sul giornale La Sicilia, accanto a un articolo che parlava di sua figlia Giusy, vincitrice del premio Miss teenager, un pezzo in cui si raccontava della prima udienza del processo per l’unico imputato del “naufragio di Natale 1996”. È allora che il pescatore decise di contattare la stampa tramite un suo amico.

Come reagì la comunità portopalese alla pubblicazione dei reportage?
Le autorità locali se la presero con Salvo, la cui vita è cambiata radicalmente. Su di lui circolavano voci assurde, come quella che fosse stato pagato mezzo miliardo di lire per la sua collaborazione con Repubblica. In più c’era Don Calogero Palacino, parroco della chiesa di San Gaetano da Raddusa, che lo accusava di aver infangato il buon nome del paese. Anni prima, come assessore allo sport in quota al centrosinistra, Lupo aveva interrotto la pratica di girare gli esigui fondi comunali a Don Calogero. Erano i “Don Camillo e Peppone di Portopalo”. Si pose anche il problema della mia presenza fisica in paese: mi conoscevano tutti e non sarei più riuscito a cavare un ragno dal buco. Quindi la mattina in cui uscì il primo articolo, Repubblica inviò da Roma Attilio Bolzoni per capire le reazioni del paese.

Da cosa dipese l’ostilità delle autorità nazionali?
La spiegazione è di tipo politico: l’Italia era stata rimandata di un anno per l’ingresso nel trattato di Schengen a causa delle sue frontiere, ritenute un colabrodo. In questo clima le autorità italiane avevano interesse che questa notizia non trapelasse e girarono la testa dall’altra parte.

È stato agevolato dall’appartenere a una testata importante come Repubblica?
Nella prima parte dell’inchiesta no. Quando sono arrivato a Portopalo per vedere se ciò che mi aveva assicurato Lupo (cioè la storia dei cadaveri ributtati in mare dai pescatori) fosse vera, ho detto genericamente che ero un giornalista, inviato per scrivere un pezzo sulla storia e le meraviglie di Portopalo. Non c’è modo migliore per non avere una notizia scabrosa che mostrare esplicitamente interesse. Se il tempo era riuscito a far metabolizzare quella vicenda al paese allora la storia sarebbe emersa con naturalezza.
L’appoggio di Repubblica, invece, fu fondamentale per il ritrovamento del relitto: il giornale aveva i mezzi per affrontare quella spesa. Grazie alla disponibilità della cooperativa Nautilus ottenemmo il noleggio di un robot che scandaglia il fondo marino e pattuimmo con loro un costo di tre milioni al giorno per tre giorni di noleggio. È raro però che sia un giornalista a spingere per il ritrovamento di un reperto. Solitamente il lavoro si concentra solo sui testimoni.

Il fatto di pubblicare nomi e cognomi non le è costato una querela?
Alcuni provarono a smentire senza riuscirci ma non querelarono. Però bisognava salvaguardare Lupo. Fu questo uno dei motivi che mi spinse a cercare il relitto: una volta scovato, non si sarebbe più potuto formulare illazioni contro Salvo Lupo. Il ritrovamento, infatti, ammutolì i suoi detrattori.

Quando l’opinione pubblica comprese la reale portata dello scoop?
Il botto anche a livello internazionale c’è stato quando ho potuto mostrare le immagini del relitto. Rovistando negli archivi mi stupì molto che il naufragio non era per niente fantasma: c’erano i testimoni, si sapeva tutto. Solo che questa notizia aveva avuto un percorso sfortunato nei normali meccanismi dell’informazione. C’era stato un atteggiamento scettico delle autorità e uno poco attento da parte dei giornali. La notizia riprese vita solo con le foto del relitto: questo testimonia la forza soverchiante dell’immagine sulla parola scritta.

Cosa può fare il giornalismo investigativo più delle inchieste giudiziarie?
L’inchiesta giornalistica certifica la validità del lavoro giudiziario e può valicare i confini territoriali, che invece sono imprescindibili per le procure nazionali. La magistratura, infatti, può indagare all’estero solo nel caso esistano accordi di collaborazione internazionale. I Paesi coinvolti nella mia inchiesta sono fuori dagli accordi giudiziari italiani, ma la pressione mediatica permise ai magistrati italiani di ottenere dal ministro della giustizia l’autorizzazione per occuparsi del caso.

Che cosa dà in più la realizzazione di un libro rispetto a un reportage sul quotidiano?
Con un libro si ha l’occasione di ricostruire delle dinamiche, cosa che nel giornalismo accade raramente per motivi di tempo. Quando ho raccontato la scena del naufragio, il momento più complesso da ricostruire, ho letto tutte le 107 deposizioni dei superstiti raccolte dalla magistratura greca. Attraverso la combinazione delle testimonianze dei sopravvissuti e dei familiari delle vittime è emerso quel quadro così movimentato. Mi ha entusiasmato la scommessa narrativa di incrociare i fatti veri con le testimonianze dei protagonisti ed esserne il narratore in prima persona. Per chi come me è approdato al giornalismo attraverso la passione per la letteratura, la pratica quotidiana sta alla scrittura come la professione di postino a un amante delle passeggiate: ti pagano per camminare, ma hai delle regole e dei percorsi da rispettare.

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