Con il confronto in tv tra Kennedy e Nixon, sono stati gli Stati Uniti a imporre il modello del duello politico televisivo pre-elettorale. Un modello che ha finito per contagiare tutte le principali democrazie mondiali e che, negli ultimi anni, si è esteso anche a quei Paesi che alla parola “democrazia” non sono ancora abituati. Ma quanto questo format tv è una messinscena funzionale solo agli interessi di parte, e quanto, invece, è uno strumento che aumenta la partecipazione dello spettatore alla scelta consapevole del governo per il proprio Paese? Su un punto convergono tutte le risposte date dagli esperti del mondo dei media intervenuti al convegno dello scorso 29 gennaio “Faccia a faccia, democrazia, par condicio”, organizzato da Università Cattolica di Milano e Sky Tg24: il duello tv tra candidati premier è un valido strumento di democrazia solo se al suo interno il vero protagonista è il dibattito.
Il punto di forza dei duelli televisivi, secondo Emilio Carelli, direttore di SkyTg24 e moderatore dell’incontro, è che gli aspiranti leader, messi uno di fronte all’altro in un contesto che non possono pienamente controllare, mostrano aspetti della personalità che possono rivelarsi determinanti quando i telespettatori si recano alle urne. A catalizzare l’attenzione dell’audience, infatti, è, da un lato, la similitudine dello scontro politico con l’agonismo sportivo, cosa che dà la possibilità al pubblico di votanti in poltrona di sentirsi un po’ allo stadio, ciascuno con il proprio candidato per cui tifare. Dall’altro, ad affascinare gli spettatori della politica è la magia di uno scontro che da partitico diventa personale. A fronteggiarsi, infatti, sono due persone con un nome e un cognome, con delle qualità e dei tratti di personalità ben definiti, che si riveleranno perdenti o vincenti anche grazie a come le cose si svolgeranno sullo schermo. C’è abbastanza spettacolo da tenere avvinti milioni di telespettatori.
A garantire vero successo al format dei faccia a faccia, però, è il dibattito, che si fa sempre appassionante. Secondo Francesco Casetti, direttore del Dipartimento di Scienze della Comunicazione dell’Università Cattolica di Milano, questo è vero negli Usa; i faccia a faccia durano diverse serate, in modo da creare una vera storia a puntate in cui i candidati possono replicare a quanto detto dall’avversario nella puntata precedente, e magari rovesciare le proprie sorti. Inoltre, in questi dibattiti emergono parole chiave che entrano subito nel linguaggio comune, facendo del medium televisivo non solo una vuota cassa di risonanza, ma un vero strumento per la creazione di senso.
Succede così anche in Italia? Non esattamente: il format italiano è molto meno vivace e, a mancare, è proprio il dibattito. Soprattutto negli ultimi anni, un modello televisivo che, osserva il direttore de Il Sole 24 Ore Gianni Riotta, avrebbe il potere di amplificare la forza di una proposta politica già convincente, sta invece cedendo alla superficialità di un confronto finalizzato più a dirottare l’opinione pubblica verso le tesi preconfezionate delle lobby di potere che non ad alimentare un confronto costruttivo sui programmi politici. Questo tipo di scontri, nota Enrico Mentana, non servono a spostare voti, come avvenne tra Kennedy e Nixon negli Stati Uniti. Sono invece più simili a delle partite di calcio che, vinte o perse, non fanno certo cambiare fede calcistica ai tifosi. Basta che si dia loro uno spettacolo da gustarsi in poltrona.
È sempre Enrico Mentana a sottolineare quanto il faccia a faccia tv in Italia non sia più un programma giornalistico, imbrigliato com’è nelle regole della cosiddetta “par condicio”, che garantiscono a ciascun contendente lo stesso tempo a disposizione per rispondere alle domande, la possibilità di conoscere in anticipo gli argomenti, ma nessun diritto di contraddittorio né di intervento al giornalista moderatore. Il che impedisce a quest’ultimo di esercitare il suo mestiere: fare domande scomode, replicare, contraddire, o riportare in carreggiata l’oratore che, ignorando la domanda fatta, si metta a parlare di quel che più gli preme comunicare all’elettorato nel tempo a sua disposizione, usandolo sfacciatamente come un momento di pura propaganda nemmeno troppo mascherata. Una bella differenza, ribadisce l’ex direttore del Tg5, rispetto al primo “Braccio di ferro”da lui condotto nel 1994 in cui, grazie alla presenza di diversi giornalisti che intervenivano nel corso del programma, il dibattito era libero. “Il giornalismo è il grande assente in questi scontri”, conclude Mentana. “Ora par condicio vuol dire equidistanza, non nel senso di indipendenza d’opinione, ma nel senso di assenza di domande impertinenti all’uno o all’altro politico. Basta bilanciare la presenza in studio di Travaglio con quella di Belpietro; per il resto, i giornalisti stiano a cuccia, e lascino che a parlare con il pubblico siano direttamente i politici”.
Par condicio,dunque, non è sempre sinonimo di democrazia. Almeno, osserva Aldo Grasso, non se intesa come “l’inganno di concedere spazi uguali ad avversari che uguali non sono”, uccidendo in tal modo il dibattito, che della democrazia è il vero fondamento. “Così com’è, il faccia a faccia televisivo è un format che ha fatto il suo tempo - continua il critico dei media -. Funzionerà quando le regole della par condicio saranno superate, e tornerà la possibilità di dibattito”.
L’opinione di Fausto Colombo, direttore dell’Osservatorio sulla Comunicazione dell’Università Cattolica di Milano, è che le regole dei duelli tra premier in tv siano figlie della concezione di democrazia che prevale in un certo periodo storico. Tali concezioni, secondo Colombo, sono due: democrazia come partecipazione del cittadino, che deve essere ben informato per poter essere consapevole al momento della scelta elettorale; oppure democrazia come consenso, dove, più che l’informazione, conta la misurazione statistica di quanto un leader è apprezzato. In questo secondo caso, la principale fonte di informazione per il cittadino sono i sondaggi, e conta solo la capacità di un leader di farsi seguire; perciò, la presenza del giornalista come garante è meno necessaria.
Sono del viceministro delle Comunicazioni, Paolo Romani, infine, le parole che concludono il convegno: “La democrazia vera non è l’assenza di dibattito, ma è concedere spazi proporzionali all’importanza dei partiti. Dio ci liberi da chi vuole imbrigliare i giornalisti”. La voce del governo, a quanto sembra, è tutta a favore della stampa.