Polanski esce dall’ombra


A cinque anni dal suo ultimo lavoro, Oliver Twist, e a pochi mesi dallo scandalo dell’arresto a Zurigo, Roman Polanski torna nelle sale con L’uomo nell’ombra.

Tratto dal romanzo The ghost writer di Robert Harris, con il quale il regista ha curato la stesura della sceneggiatura, il film racconta la storia di uno “scrittore fantasma” inglese senza nome (impersonato da Ewan McGregor) che viene assunto per revisionare la biografia di Adam Lang (Pierce Brosnan), ex Primo Ministro britannico. Indagando nella vita di Lang, l’uomo nell’ombra si trova coinvolto in una serie di misteri che nascondono un inquietante disegno politico internazionale e che potrebbero avere portato alla morte del biografo precedente, Mike McAra.

Polanski firma un thriller che guarda con un occhio al presente (la situazione politica internazionale) e uno al passato, ricollegandosi, per stile e tematiche, al suo Frantic di ventidue anni fa con Harrison Ford. Non solo. Mette da parte lo spirito che aveva animato le sue ultime opere (Il pianista e Oliver Twist) e riprende il filo di un discorso iniziato mezzo secolo fa con Cul-de-sac e portato poi avanti con Rosemary’s baby, Chinatown e, per l’appunto Frantic: le cose non sono mai quello che sembrano, ed è sempre più importante ciò che si intravede nell’ombra di ciò che appare alla luce del sole. L’uomo senza nome del film non vive la propria vita, oscilla fra l’ombra di quella di Mike (a sua volta un’ombra) e quella di Adam: compie il lavoro del primo e fruga nel passato del secondo, in un crescendo che lo porta a mimetizzarsi alternativamente con l’uno e con l’altro.

Con L’uomo nell’ombra Polanski torna al suo primo amore, la suspense, e con essa tornano tutti i temi classici del suo cinema: la perdita del senso di identità e il suo annullamento in quella di un altro (lo scrittore fantasma sostituisce un altro scrittore fantasma che a sua volta scrive a nome di Adam Lang), la donna come tentazione e la donna come dannazione, l’amato che manipola l’amante, l’uomo qualunque costretto a fronteggiare schemi troppo grandi per lui. Polanski fa talmente il Polanski che sembra Hitchcock. I riferimenti al cinema del maestro della suspense sono tantissimi, sia a livello tematico che a livello di composizione del testo filmico: inquadrature, dialoghi, direzione degli attori. Le musiche di Alexandre Desplat richiamano in modo troppo evidente quelle di Bernard Herrmann, il compositore preferito di Hitchcock.

Dunque che Polanski – in uno dei suoi film più autoreferenziali – ricordi così da vicino il maestro inglese, non può che essere considerato un tributo al cinema che lo ha cresciuto. O anche: Polanski nell’ombra di Polanski nell’ombra di Hitchcock.

  • Federico Corbetta Caci


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